GESTIRE L'IMPRESA

Chi ha (ancora) paura
della rivoluzione digitale?

L’accesso alle risorse finanziarie e l’intuito dell’imprenditore non bastano: servono competenze per trarre il massimo beneficio dagli investimenti in innovazione tecnologica

Vincenzo Grassi
Chi ha (ancora) paura della rivoluzione digitale?

Vincenzo Grassi
(Partner PwC, Industrial manufacturing & Automotive Leader)

La trasformazione che l’innovazione tecnologica si porta dietro sta imponendo un radicale cambiamento del modo di lavorare e di fare business, decretando l’enorme successo di alcune imprese e mettendo a serio rischio di sopravvivenza quelle che non hanno voluto o saputo affrontare il cambiamento. Gli investimenti a livello globale in tecnologia per il 2019 sono stimati     in 3mila miliardi di dollari. Guardando l’Italia, gli incentivi collegati a Industria 4.0 hanno dato una spinta importante al rinnovo e upgrade tecnologico delle imprese manifatturiere.

Il successo degli investimenti non è però solo determinato dalla facilità di accesso alle risorse finanziarie e dall’intuito dell’imprenditore, ma dalle persone che quelle tecnologie dovranno utilizzare. In tutto il mondo le imprese si scontrano con la carenza di competenze indispensabili per trarre il massimo beneficio dagli investimenti in innovazione tecnologica.  Una nostra survey ha mostrato che la disponibilità di collaboratori con adeguate competenze è in cima alle preoccupazioni del 79% dei capi d’azienda. L’Italia non fa eccezione. I dati di Unioncamere evidenziano una carenza dal 22% al 38% di laureati con competenze Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) a seconda del corso di studi, e dal 22% al 26% di diplomati tecnici a seconda della specializzazione. Anche gli occupati condividono la preoccupazione per gli impatti sul proprio futuro: il 55% dei lavoratori teme che l’automazione metta a rischio il proprio posto di lavoro. Uno nostro studio stima che entro il 2035 robot e intelligenza artificiale avranno un impatto sul 39% degli attuali posti di lavoro in Italia, pur con differenze significative in base al livello di formazione, dal 16% dei laureati al 45% dei lavoratori che non hanno completato il ciclo di studi superiori.

Un patto di Sistema
Si tratta quindi di orientare la trasformazione digitale in modo coordinato e sinergico, ragionando in un’ottica di sistema, prevedendo che tutti – dal Governo alle imprese, passando per università e associazioni di categoria, fino ai cittadini – attuino azioni che permettano di affrontare queste dinamiche al fine di cogliere le opportunità aperte dalle nuove tecnologie.

Questo risulta essere determinante per il futuro benessere economico del nostro Paese, visto che sono proprio i settori ad alte competenze ed alto valore aggiunto a sorreggere la nostra economia: tra il 2010 e il 2017, la voce che ha contribuito maggiormente alla crescita del Pil è stato l’export, trainato dai prodotti ad alto contenuto tecnologico. I dati di Federmacchine per il 2018 evidenziano che il saldo commerciale nel settore dei macchinari e apparecchi meccanici è stato positivo per oltre 50 miliardi di euro, più della somma dei saldi commerciali di abbigliamento, arredamento e prodotti agro-alimentari.

Esperienze internazionali hanno evidenziato che l’investimento pubblico in competenze dei cittadini ha un impatto positivo diretto sul Pil di un Paese, sugli introiti fiscali, riduce la spesa per sussidi e accresce il livello complessivo di coesione sociale. Un euro di investimento di un Paese in crescita professionale porta a 2 euro tra maggiori introiti fiscali e risparmi di spesa sociale.

Un cambiamento culturale
Se focalizziamo l’attenzione sul mondo delle imprese, secondo l’Istat, nel 2015, solo l’8,1% degli italiani occupati era impegnato in un percorso di “apprendimento permanente” e il 40% delle imprese sopra i 10 dipendenti ancora non offre alcuna opportunità di apprendimento. Per stare al passo con la trasformazione digitale, l’imprenditore deve mettere a disposizione strumenti ai propri collaboratori affinché diventino essi stessi promotori e motori dell’innovazione. I lavoratori di oggi e di domani, dal canto loro, devono considerare il continuo sviluppo delle proprie competenze come elemento determinante per assicurarsi un ruolo attivo nella trasformazione digitale e mantenere nel tempo valore e riconoscibilità sul mercato.

Noi stessi in PwC abbiamo abbracciato un cambiamento culturale con un investimento di 3 miliardi di dollari per consentire alle nostre persone di sviluppare nuove competenze a livello globale affinché possiamo essere da esempio per i nostri clienti. Siamo convinti che ciò ci consentirà di interagire con loro rendedoci ambasciatori diretti dei benefici e delle opportunità che la digitalizzazione può offrire.

Un cambio di paradigma che ci indica come la trasformazione digitale farà scomparire le mansioni più routinarie e ripetitive, ma consentirà lo sviluppo di nuovi lavori più qualificati in grado di generare nuove forme di occupazione che oggi sono difficili da immaginare.

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