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Una legge sui rider mal fatta
che ci riporta all’Ottocento

Anziché tutelare i lavoratori della gig economy, la nuova norma rimane opaca sui termini di assunzione e rischia di agevolare nuove forme di caporalato. L’analisi di Mario Fusani, fondatore di Gf Legal

Marco Scotti
Una legge sui rider mal fattache ci riporta all’Ottocento

Se vivete a Milano o a Roma, vi sarete resi conto che ultimamente si sono moltiplicati sui marciapiedi e per le strade ragazzi che sfrecciano con le loro biciclette. Hanno in spalla dei giganteschi “cubi” con i loghi dei più importanti marchi di food delivery: Deliveroo, UberEats, Glovo e chi più ne ha più ne metta. Il governo giallo-rosso-verde (trattasi di argomento trasversale ai due esecutivi che si sono alternati) ha pensato bene, tra una crisi dell’Ilva e una flat tax da rimodulare, di legiferare a tutela dei rider. E, indovinate un po’, l’ha fatto malissimo. La montagna dell’onestà ha partorito un topolino, la legge 128, che è riuscita nell’intento di scontentare tutti: lavoratori e aziende e parti sociali. «Si tratta di un provvedimento – ci spiega l’avvocato Mario Fusani, fondatore dello studio Gf Legal ed esperto di diritto del lavoro – improntato al più vetero concetto di organizzazione e sviluppo della professione. E questo non perché vengono messi in campo strumenti di tutela per i lavoratori, ma perché dà una serie di indirizzi scollegati e del tutto finalizzati a dare solo in apparenza una posizione di tutela ai rider. E dico apparente a ragion veduta: prima di tutto, perché non si parla di ferie. Poi, perché non si fa nulla per evitare una forma di caporalato che, basta leggere i giornali, è già emersa in tutta la sua dirompente potenza. E infine, dettaglio più significativo, perché è molto opaca sui termini di assunzione».

Colpita e affondata, direbbero gli aficionados di battaglia navale. La legge, infatti, tende a rimodulare un rapporto lavorativo tra i rider e le aziende che, fino ad ora, era stato improntato alla logica della massima indipendenza. Studenti che devono arrotondare la magra paghetta, stranieri che faticano a trovare un lavoro stabile, disoccupati alla disperata ricerca di un impiego: sono i profili tipici del rider. Almeno fino ad oggi. Perché con la legge 128 si introducono cinque capisaldi. Si individuano livelli minimi di tutela – cosa sacrosanta, ci mancherebbe – che vengono suddivisi in tre macrosettori: «Ci sono quelle formali – prosegue Fusani – che impongono l’impiego di un contratto scritto, cosa corretta per la reciproca chiarezza e necessaria.

Finora i rider erano liberi professionisti, ma se si certifica la continuità nel rapporto di lavoro scatta l’assunzione

Diverso è il discorso sulle tutele economiche: se fino a qualche tempo fa i rider vivevano di mance e di una percentuale sulle consegne effettuate, oggi il lavoro a cottimo non è più consentito. O meglio, la parte fissa deve essere superiore a quella variabile. E se si capita a consegnare a casa di Fedez e della Ferragni, noti per la loro “tirchieria”… Scherzi a parte, la legge prevede che si debba fare riferimento al contratto collettivo di riferimento. Ma è una follia: sono fermi, come nel caso dei metalmeccanici, a 40 anni fa, anche se con qualche maquillage che adegua la retribuzione. E come normare un mercato totalmente nuovo come quello delle app se si usano strumenti vecchi? In questa legge non si parla di ferie, il che è terribile, mentre si garantisce una copertura assicurativa, che però deve essere messa a punto dalla piattaforma digitale».

Ma la parte di più difficile comprensione e più facile da aggirare è quella relativa alla necessità di regolare il rapporto. Finora il rider era una sorta di “libero professionista”. Ora, se si certifica una continuità nel rapporto di lavoro, scatta automaticamente l’assunzione.

«Stiamo tornando indietro alla fabbrica del 1800 – conclude Mario Fusani – e ci stiamo allontanando dalle forme più evolute di lavoro. Se, per esempio, ci si logga sulla app, anche con meccanismi di riconoscimento biometrico, e poi si passa il cellulare a un altro (a cui poi magari si chiede anche un contributo) si simula una continuità di lavoro che non c’è, dando vita al contempo a logiche da caporalato. Servono tre mesi di continuità per diventare dipendente, ma se ci si mette d’accordo questa soglia la si raggiunge senza quasi lavorare. E, infine, mancano tutele specifiche come nel caso del welfare aziendale: si tratta di un tetto massimo di 3.000 euro che per le categorie di persone che fanno i rider sarebbero preziosissime. Perché non pensare a una forma integrativa per aiutare, ad esempio, i figli dei lavoratori immigrati ad avere una migliore istruzione? Non farne cenno non è una mancanza e nemmeno una dimenticanza: è una carenza cerebrale».

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