QUI PARIGI, APPUNTI DALLA DEFENSE

Migranti, l’ipocrisia francese
del sistema delle “quote”

Una vignetta di Plantu punta il dito contro l’inefficacia della norma che reintroduce il metodo già collaudato negli anni Settanta da Giscard d’Estaing, quando a emigrare eravamo noi italiani

Giuseppe Corsentino
Migranti, l’ipocrisia francesedel sistema delle “quote”

Il giudizio più puntuto -  e corretto -  sulle nuove norme sull’immigrazione cosiddetta economica volute da Emmanuel Macron a metà novembre l’ha dato il disegnatore di Le Monde, il mitico Plantu (Jean Plantureux), con la vignetta in cui si vede un barchino di migranti abbordato da una nave battente bandiera francese da cui un uomo che ha l’aspetto di un funzionario pubblico (un dipendente del Pôle Emploi, l’ufficio del lavoro?) li avverte che “al momento abbiamo bisogno solo di due idraulici e di tre tornitori” e invita gli altri a ripassare il giorno dopo. Non c’era modo migliore per dire della totale inutilità, inefficacia, inservibilità di una norma che reintroduce per i migranti economici - cioè per quelli che si lasciano alle spalle la povertà e sfidano il destino che li ha fatti nascere in Costa d’Avorio o in Afghanistan - il vecchio arrugginito sistema delle “quote” per cui se c’è bisogno di un fresatore o di un falegname e non si trova un francese disponibile, allora si può far entrare l’ivoriano o l’afgano così come una volta, prima che i paesi dell’Est diventassero Europa, si faceva entrare un polacco o un bulgaro. Altri tempi.

Non è la prima volta che in Francia la politica sbandiera il sistema delle quote nell’illusione che basti mettere in relazione domanda e offerta di lavoro per governare una parte più o meno consistente dei flussi migratori (in realtà rappresenta meno del 13% del fenomeno, 30mila permessi l’anno, un terzo rispetto ai 90mila “ricongiungimenti familiari”, secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno).

Ci aveva provato nel lontanissimo 1974 il presidente Giscard d’Estaing, quando i migranti economici erano gli italiani che venivano in Francia, Belgio e Germania per fare i lavori più pesanti e peggio pagati. Ci ha provato, più di recente, nel 2006 quando i flussi erano già completamente cambiati, il presidente Sarkozy forse per dare un contentino a quegli elettori della destra lepenista per i quali valeva l’equazione del vecchio boss Jean-Marie, il papà di Marine, per cui “Un milion d’immigrés = un milion de chômeurs” (un milione di immigrati = un milione di disoccupati). Non era e non è vero affatto, ovviamente, e questo Macron che è stato ministro dell’economia lo sa bene tant’è che ha sempre considerato il sistema delle quote inefficace “parce qu’on ne sait pas les faire respecter”, perché è praticamente impossibile applicarle (per dire, basta presentare domanda d’asilo per aver diritto, a legislazione vigente, a un contratto di lavoro a tempo determinato) come aveva scritto nel suo programma elettorale. Per questo la testardaggine con cui ora ha voluto questa nuova normativa sulle “quote” (preceduta, va ricordato ai lettori italiani, da una sconvolgente intervista al magazine dell’estrema destra “Valeurs Actuelles” – mai accaduto con nessun presidente della Repubblica – in cui dichiara senza mezzi termini che “notre objectif est de faire sortir tous les gens qui n’ont rien à faire là”, che l’obiettivo del suo governo è cacciar via dalla Francia chi non ha titolo per restarci); insomma, tanto impegno per fare, anzi rifare, una legge che si sa già inapplicabile, dimostra come il dossier emigrazione è solo uno strumento utilizzato dal liberale Macron come “l’eternel chiffon rouge”, il solito drappo rosso (così ha scritto Le Monde), da agitare davanti agli occhi dei francesi, lepenisti e non,  che credono alla falsa equazione di Jean-Marie citata prima e agli slogan populisti del genere salviniano “Prima i francesi”. In realtà, è già complicato solo metterlo in cantiere questo meccanismo delle quote.

La ministra del lavoro, Muriel Penicaud, ex responsabile del personale della Danone quindi una che ci capisce, rendendosene conto, preferisce chiamarle “objectifs chiffrés”. Già, ma chi fissa questi obiettivi? Chi stabilisce, per dire, che nel dipartimento di Pas de Calais, una delle aree più povere del Paese, c’è bisogno di tecnici informatici, di infermieri o di idraulici introvabili tra i giovani e/o i disoccupati locali per cui, alla fine, si può dare via libera ai siriani o agli africani? Lo stabilisce, anno per anno il governo con un decreto dopo aver sentito, si capisce, tutte le parti sociali, sindacati e imprenditori. Un lavoro gigantesco che occuperà funzionari pubblici, statistici, esperti politici, amministratori locali e quanti hanno a che fare con le dinamiche del mercato del lavoro e che non si farà a tempo a ultimare che bisognerà buttarlo via, archiviarlo, perché nel frattempo tutto sarà cambiato. L’unica cosa che non si butterà via sarà il “fall-out”, la ricaduta politica.

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