APPROFONDIMENTI

Il salto di qualità dell'azienda
si compie nell'alta formazione

Le imprese si rivolgono alle business school per avvalersi di un supporto accademico per arricchire la propria visione sui mercati e sul business

Massimiliano Serati*
Il salto di qualità dell'aziendasi compie nell'alta formazione

Il principale canale di interazione e conoscenza reciproca tra Accademia e comunità dei Manager e degli Imprenditori è l'attività di Alta Formazione. È sufficiente navigare i siti delle Business School accademiche italiane (e analizzarne il Conto Economico) per rendersene conto: formazione a catalogo, formazione su misura e percorsi Master sono i veri grimaldelli con cui le università raggiungono il mondo produttivo e conseguono anche altri risultati, tra i quali quello della compliance con i processi di accreditamento e Certificazione.

Cosa rimane del percorso di mappatura dei risultati della Ricerca applicata in attività di advisory che competerebbe (non in esclusiva) alle Business School? Che ne è dell’azione di supporto al management nella soluzione dei problemi operativi delle aziende?

Il postulato di principio sulla centralità della Ricerca e su quanto essa alimenti, nobiliti e ispiri l'operato delle Business School sta ovunque “in Homepage” e spesso è declinato in Laboratori/Centri di Competenza, ma l’evidenza di una concreta attività consulenziale è minima.

Certo non mancano straordinari esempi di sinergia tra Business School e aziende, ma gli attori coinvolti sono quasi sempre grandi gruppi produttivi, realtà aziendali che, per posizionamento, struttura, visione, hanno sensibilità e risorse opportune per (co)finanziare progetti di ricerca - di solito mirati - innovativi e dall'esito atteso significativo, ma anche volatile e incerto. Non solo le piccole imprese, ma anche imprese internazionalizzate, posizionate sul B2C, con brand forti e visibili, rimangono distanti dall’idea di avvalersi di un supporto accademico rigoroso, innovativo, metodologicamente alla frontiera per arricchire la propria visione sui mercati e sul business e per la soluzione dei propri problemi; così spesso finiscono per rivolgersi a qualcuno il cui obiettivo è estrarre valore dal cliente e non produrre valore per lui.

Il postulato sulla centralità della ricerca cede il passo all'evidenza della concreta attività consulenziale offerta dagli atenei

Il problema non è esclusivamente italiano, come confermato di recente anche da Shapiro e Kirkman (Harvard Business Review, 2019).

Eppure, lo spazio di manovra c'è. Quante volte conversando con i manager mi è stato detto: «Magari avessi saputo prima che avevate questi strumenti ideali per il problema che fronteggiavo in azienda». Ma non da meno sono le diffidenze: «Nelle scelte del quotidiano, la ricerca serve a poco e anche le metodologie; conta l’esperienza di chi si sporca le mani con la “pratica” manageriale».

Allargare il perimetro di azione delle Business School, superando le diffidenze è possibile, ma richiede alcune attenzioni.

1. Sapersi raccontare di più e meglio. Scrivere su riviste di settore e non solo accademiche, intervenire a eventi usualmente prerogativa dei practitioners, disseminare conoscenze con orientamento ai problemi.

2. Cercare occasioni di ascolto. Moltiplicare i momenti di interlocuzione con manager e imprenditori, accettare le sfide che pongono, progettare attività di approfondimento istruite secondo logiche bottom up e non top down.

3. Evitare di relazionarsi col cliente secondo la sequenza “brief iniziale + restituzione finale”, ma accompagnarlo passo per passo in un percorso di reciproco apprendimento.

4. Trasferire al mondo produttivo modelli di pensiero che generino soluzioni e non le sole soluzioni tout court.

5. Focalizzarsi sul post vendita e ricordare che in materia di ricerca applicata e advisory, oltre ai risultati, rileva il loro impatto concreto.

Piccole grandi attenzioni per un salto di qualità che è anche culturale. Dobbiamo farlo. Stiamo provando a farlo.


* Direttore Divisione Ricerca Applicata e Advisory, LIUC Business School

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