VITA DA MANAGER

Quando il manager
si rifà una vita. da artigiano

Dopo anni di meeting e viaggi per il mondo, scatta la voglia di ricominciare. Senza che si tratti necessariamente di downshifting. Gli esempi eccellenti dall'ex numero uno di Richemont Italia al general manager di Tod's

Davide Passoni

In inglese viene chiamato downshifting (letteralmente “scalare la marcia), in italiano, molto più poeticamente, “semplicità volontaria”. Secondo Wikipedia, “è la scelta da parte di diverse figure di lavoratori - particolarmente professionisti - di giungere a una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, così da godere di maggiore tempo libero (per dedicarsi alla famiglia, all'ozio, all'hobbystica, ecc.)”. Le motivazioni che portano a queste decisioni possono essere diverse: dal perseguire una visione del quotidiano in chiave meno consumistica, alla voglia di pensare più alla persona e meno al profitto, alla tentazione di aprire quel cassetto facendone uscire il sogno rinchiuso per tanti anni, fino a dargli forma e sostanza. Sia come sia, sono belle storie umane e imprenditoriali che vale la pena raccontare.

La motivazione del cambiamento va cercata nella necessità di avere più tempo per se stessi, la famiglia e per coltivare i propri interessi

Gioielli e farine

Come quella di Giacomo Bozzi, ex presidente e amministratore delegato della filiale italiana del Gruppo Richemont - holding finanziaria svizzera che riunisce molti marchi globali del lusso -, oggi presidente di Molini Lario Spa, realtà comasca d’eccellenza dell’industria molitoria che compie 100 anni nel 2019. Dagli orologi al grano, dai gioielli alle farine. «Diciamo che sono stato prestato professionalmente al mondo del lusso, ma non avevo una completa identificazione personale come quella che ho con la farina, un mondo in cui vale e paga la concretezza. Detto questo, ho lavorato per 27 anni nel settore lusso con passione e felicità e a 63 anni ho abbandonato il mondo del lavoro, uscendo dal Gruppo Richemont con il desiderio di fare alcune cose che avevo già fatto nella vita, ma in maniera sacrificata. Avevo una passione che non ero mai riuscito a portare avanti, la barca a vela. Così, nell’ultimo anno di lavoro l’ho comprata per essere pronto l’anno dopo a salpare con un po’ di competenza. Mi sono divertito molto nella mia nuova vita come skipper».

L'ex presidente di richemont italia ha lasciato l'incarico per guidare l'antico mulino di famiglia fondato dal nonno cento anni fa

Ma il richiamo della farina era irresistibile: «Da 30 anni ero nel cda di Molini Lario, perché mio nonno fu uno dei fondatori del mulino, di cui fu direttore generale e amministratore delegato dal 1919 al 1959. Nel 2011 l’azienda ebbe un problema che impose un’attenzione nuova alla gestione e il cda mi chiese la disponibilità a guidarla; accettai, a condizione che il ruolo fosse compatibile con la nuova vita che avevo scelto. In effetti la gestione del mulino si dimostrò compatibile con le mie lunghe assenze, perché portata avanti da ottimi manager: io intervengo solo su decisioni strategiche che danno più forza all’azienda per garantirsi un futuro». Perché l’esperienza del manager di altissimo profilo si vede in queste decisioni: «Abbiamo ricercato prodotti a margini superiori, canali distributivi alternativi e lavorato tanto sulla comunicazione. Per esempio, abbiamo aperto Accademia Farina, un centro applicativo di ricerca e sviluppo con strumenti per fare il pane e testare farine e processi produttivi, diventato anche un centro di formazione per trasferire ai clienti le modalità ottimali per gestire le farine stesse». Quindi nessun rimpianto per il dorato mondo del lusso? «Sono stati anni in cui ho avuto la fortuna di gestire la crescita, in cui l’utile dell’azienda quando sono uscito era uguale al fatturato di quando sono entrato. Le cose che si sono molto amate mancano, ma dall’altra parte c’è l’entusiasmo per un mondo nuovo e più difficile, con margini bassi e molta prudenza negli investimenti. A differenza del mondo del lusso, molto etereo, qui parliamo di cose concrete, di pane quotidiano».


Pane al pane

La storia di Bozzi ci porta, per affinità, a incontrare Vincenzo Miano. Classe 1973, Miano ha lavorato in Nokia per 15 anni, partendo come tecnico e arrivando a ricoprire la carica di responsabile marketing per l’Italia della divisione telefonia mobile, a Milano. Un posto da quadro in una multinazionale, un buono stipendio, benefit aziendali ma un crescente senso di disagio. «Nel 2013 alla crisi tecnologica e di mercato che colpì la mia azienda, si accompagnò una mia crisi professionale. Un po’ provavo la voglia di fare dell’altro, un po’ si era spenta la passione che mi aveva animato nei primi anni in Nokia. Volevo lasciare, ma per sacrificare che cosa? Stipendio, benefit, posizione? Sentivo l’esigenza di cambiare, ma non era facile comunicarlo agli altri, in primis alla mia compagna. Intanto, però, mentre cercavo di capire che cosa avrei fatto dopo e mi chiedevo che cosa mi piacesse, coltivavo alcuni hobby, tra i quali la cucina macrobiotica e la preparazione del pane in casa. Una piccola passione, nata in sordina, ma che mi prendeva sempre di più. ‘E se fosse questo, il futuro?’ mi chiesi». Lo sarebbe stato. «Dopo aver cominciato a frequentare il mondo di agricoltori e produttori, riscoprendo una componente sociale dei rapporti che in azienda non c’era più, pensavo sempre meno a stipendio e benefit e mi accorgevo che la cosa non mi spaventava. Così uscii dall’azienda mettendo testa e anima nel mio progetto, di cui avevo già preparato un business plan accurato e che potei finanziare grazie a un contributo di Invitalia. Entrai anche nell’ottica di spostarmi dalla città, di vivere nel verde senza averlo mai fatto e di convincere a farlo anche la mia compagna, che a Milano aveva un bel lavoro. Mi trasferii a Padova da amici e dopo un anno, quasi per caso, trovai la location giusta per la mia attività sui Colli Euganei, a Valsanzibio, e iniziai subito i lavori. La mia compagna, invece, si trasferì dopo 6 mesi, dopo aver trovato un lavoro in zona». La direzione da prendere fu subito chiara: il biologico. «Volevo un piccolo forno, a legna e a vista, dove produrre pane biologico con grani selezionati da agricoltori conosciuti, a lievitazione naturale e con la lavorazione quasi tutta manuale, senza macchine industriali come invece avviene in buona parte dei panifici. Ho pochi clienti locali, faccio circa l’80% del business rifornendo panetterie e negozi del biologico, come la catena NaturaSì, o ristoranti biologici e vegetariani». Un downshifting meditato e cercato, per cui alla domanda “Lo rifaresti?”, la risposta è scontata: «Certamente, e lo consiglio anche».


Dalle scarpe al gelato

Ivano Pessina, 58 anni, gestisce invece la gelateria Lorenzo Pessina, a Castellanza e a Tradate, in provincia di Varese. Quando ha lasciato la propria posizione, nel 2013, era direttore di produzione dello stabilimento che il guru delle scarpe di lusso, Christian Louboutin, a Parabiago, non lontano da Milano. Uno stabilimento che Pessina stesso aveva contribuito ad allestire, nel 2009. «Louboutin all’epoca non aveva una fabbrica sua. Con la mia azienda ero uno dei terzisti del brand e lavoravo per loro da una decina d’anni; il socio italiano che ha aperto con me quella fabbrica mi ha convinto a lasciare la mia azienda e a entrare nel gruppo francese, facendo in modo però che tutta la struttura fosse assorbita da Louboutin, salvaguardando l’occupazione, e diventasse la prima catena di montaggio delle quattro che poi sarebbero state attivate nello stabilimento di Parabiago».

Lorenzo Pessina era direttore di produzione nello stabilimento di Christian Louboutin. Oggi ha due gelaterie in provincia di Varese

Poi, nel 2013, l’addio al marchio francese: «Volevo tornare a una dimensione familiare di azienda. Così ho lasciato e mi sono preso un anno per frequentare dei corsi ed entrare nel mondo del gelato. La mia esperienza mi ha portato a voler seguire la strada della qualità e della ricerca continua, con mio figlio Lorenzo, che è partito dall’Università dei Sapori di Perugia e ha fatto un percorso coerente. Abbiamo riportato alla luce un prodotto completamente naturale, fatto come una volta ma con criteri moderni. Lavoriamo direttamente con i produttori locali di materie prime, rendendo la filiera trasparente per il cliente». Una dimensione familiare anche nella prospettiva che Pessina si è dato per la gelateria: «Speriamo - conclude - di farla diventare un’attività proficua almeno per i miei ragazzi (anche la figlia lavora in gelateria, ndr), perché magari tra un po’ lascerò, chi lo sa. Il nostro è un mercato difficile, il gelato è un bene non essenziale e l’unico modo per rimanere a galla è quello di personalizzare il prodotto, offrendo qualcosa di diverso dalle altre gelaterie. Più o meno la stessa cosa che facevo quando mi occupavo di calzature».


Liscio come l’olio

Sempre con le scarpe ha a che fare la storia di Claudio Castiglioni, 58 anni, 35 dei quali passati in Tod’s dove ricopriva il prestigioso incarico di general manager del brand. «Giravo il mondo, contribuivo a creare fatturati milionari, ho vissuto 17 anni a New York, ho conosciuto la realtà cinese ancora prima che fosse la nuova frontiera, ho acquisito un modo di pensare a 360 gradi che mi ha formato, grazie a una grandissima persona come Diego Della Valle». Poi, un anno fa, la decisione di lasciare e di tornare a un’antica passione, coltivata fin dagli studi superiori svolti all’istituto alberghiero: quella per l’agroalimentare. Castiglioni, oggi, è infatti Ceo di Castello Monte Vibiano, azienda olearia e vinicola umbra d’eccellenza. «Sono in un’azienda che produce l’olio secondo gli stessi principi di eccellenza che guidavano Tod’s. L’azienda è stata la prima compagnia certificata a emissioni zero di CO2 vent’anni fa e, lo scorso anno, la prima compagnia al mondo a ricevere il certificato di olio dal Dna italiano. La nostra monodose è distribuita a bordo delle business class delle compagnie aeree più prestigiose. Ecco quindi che giro ancora il mondo, ma passo anche periodi fantastici in Umbria, in mezzo alla natura e producendo qualcosa di bello e interessante. Ho cambiato anche perché, alla mia età, mi piaceva l’idea di non tirarmi indietro e di buttarmi in un lavoro interessante, in un luogo con molta attenzione per l’etica e l’ambiente, insieme a gente giovane e con voglia di fare».

Con il cosiddetto work-life balance in primo piano: «Qui - conclude - non si lavora meno, ma ci si concentra di più sulle priorità della vita e, così, ciò che si fa quotidianamente ci pesa di meno».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400