Se il Fisco asfissia, è ora di semplificare

Accanto alla lotta all'evasione fiscale occorre fare chiarezza e uniformare le interpretazioni

Paolo Duranti, tributarista
Se il Fisco asfissia, è ora di semplificare

La volontà dell'Esecutivo di rafforzare l'azione di contrasto all'evasione fiscale appare del tutto condivisibile; è peraltro auspicabile che ciò sia accompagnato da una seria iniziativa volta a semplificare il nostro ordinamento tributario. Necessità, questa, ribadita dalla stessa Nota di aggiornamento del Def (approvata nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri), laddove si legge che “L’azione di contrasto all’evasione fiscale è un obiettivo prioritario del Governo e sarà affrontato attraverso un piano organico e un’ampia riforma fiscale basata sulla semplificazione delle regole e degli adempimenti (…)”.

Stupisce semmai che – fatta eccezione per il premier Conte – più di un esponente di primo piano della maggioranza investano l'opinione pubblica sull'importanza di stanare e punire più duramente gli evasori, tralasciando tuttavia le croniche criticità che attraversano il nostro sistema tributario. Un silenzio che equivale a un'ingiustizia.

Da decenni in Italia viene ciclicamente riaffermata l'esigenza di riformare la normativa fiscale nel segno di una non ben definita “semplificazione”: autorevoli osservatori si sono impegnati nell'individuare, nel merito, alcune misure che potrebbero agevolare la vita di milioni di contribuenti e dei professionisti che li seguono (e in seconda battuta anche dei funzionari del Fisco). Si tratta di proposte di per sé suggestive che a parere di chi scrive andrebbero senz'altro nella giusta direzione.

Ma a ben vedere, prima ancora di modifiche che seguono a precise scelte fiscali, che solo il Legislatore può adottare, si avverte l'esigenza di perseguire una semplificazione che potremmo definire “di metodo”: prima e a prescindere da questo o quell'intervento normativo (che si tratti di cedolare secca sugli affitti o dell'ambito applicativo degli Isa, di aliquote Irpef o dei meccanismi di applicazione dell'Iva, in questa sede non rileva), occorrerebbe raggiungere taluni precisi obiettivi in termini di certezza del diritto e di tutela del contribuente che sino ad oggi sono rimasti sostanzialmente sulla carta.

E' in tale contesto che va inquadrata la necessità che siano per quanto possibile uniformate le interpretazioni fornite dai singoli Uffici degli enti impositori (primi tra tutti, l'Agenzia delle Entrate) per situazioni che presentano profili tra loro assimilabili. Qualora si riscontrino applicazioni differenti della stessa norma, seppur in assoluta buona fede di chi è chiamato ad interpretarla, saremmo in presenza di una evidente violazione dello Statuto del contribuente e, soprattutto, della stessa Carta Costituzionale.

L'uniformità di trattamento viene peraltro chiesta anche alla giurisprudenza di merito, chiamata a risolvere le controversie tra Fisco e contribuente: non di rado, infatti, si registrano pronunce di Commissioni tributarie provinciali e regionali troppo discordanti tra loro. E, si aggiunga, tali criticità non possono ovviamente essere superate dal costante e pregevole sforzo interpretativo svolto dalla Cassazione nello svolgimento della sua funzione nomofilattica.

Le considerazioni che precedono trovano d'altronde un sicuro ancoraggio in un recente provvedimento, peraltro passato quasi sotto silenzio: il decreto 103/2019 (a firma del Presidente del Consiglio Conte), invero, affida al Dipartimento delle Finanze - e quindi al Ministero dell'Economia - anche il compito di emanare “direttive interpretative della legislazione tributaria, al fine di assicurare (…) il rispetto, da parte degli uffici, delle esigenze di equità, semplicità e omogeneità di trattamento, con particolare riguardo ai principi fissati dallo Statuto dei diritti del contribuente (...)”.

Tale auspicio potrebbe essere soddisfatto più agevolmente (benchè si tratti comunque soltanto di un primo passo) attraverso la predisposizione di un vero e proprio testo unico in materia fiscale, che aiuterebbe non poco tutti gli operatori: si tratterebbe di un'iniziativa – del resto, in linea con i principi fissati dall'art. 5 dello Statuto del Contribuente (L. 212/2000) – finalizzata ad agevolare sia i professionisti, sia i funzionari dell'Amministrazione. Sulla falsariga di quanto negli ultimi tempi è accaduto per il Terzo Settore e la normativa sulla crisi d'impresa (e per giunta senza incidere sulle casse erariali).

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