EDITORIALE

In Italia ogni impresa è una B-Corp

Sergio Luciano
In Italia ogni impresa è una B-Corp

Non ci hanno neanche provato, questa è la sintesi. Amara. Una manovricchia. Da quando queste righe sono state scritte a quando, a fine anno, la legge di bilancio 2020 sarà approvata tante cose cambieranno. Ma la rinunciatarietà dell’impianto resterà.

Perché la tara di questa legge in embrione è il “presentismo”. Fare politica solo per l’oggi, millantando riforme inconsistenti che puntano solo, nelle piccole parti attive che possono contenere, a soddisfare i gruppi d’interesse che di volta in volta i partiti pensano di poter capitalizzare nelle urne.

Il sistema boicotta gli imprenditori e la politica guarda soltanto all’oggi

Nessun volo: mancano le risorse. Ma neanche un tentativo di correggere le storture a costo zero. Nessun coraggio per incidere i bubboni del sistema. Elettoralmente, non paga. Con la metrica del consenso a breve termine, farsi sangue cattivo non conviene a nessuno. E tutto quel che zavorra l’Italia resta lì. L’inefficienza della pubblica amministrazione. L’inefficienza della spesa pubblica. L’inefficienza della magistratura. L’inefficienza dei controlli fiscali, contante o non contante.

Gli almeno 30 miliardi di sprechi negli acquisti della pubblica amministrazione denunciati più volte, dati ufficiali alla mano, dai migliori amministratori locali d’Italia, come il governatore del Veneto Luca Zaia, sono altrettante prebende per una casta di approfittatori che le gare telematiche obbligatorie della Consip, pur utili in sé, ha lasciato indisturbate. L’obbrobrio dei “costi standard” - sciagurato parametro anti-sprechi – consacra invece ogni spreco, perché non sceglie i prezzi migliori come punto di riferimento ma – in sostanza - le medie tra migliori e peggiori. Pura follia.

E ve li ricordate i furbetti del cartellino? Debellati o archiviati? E lo stock di cause giudiziarie che nonostante il lavoro febbrile di alcuni (non tutti) uffici giudiziari non si riesce a smaltire? Ah, e la carta d’identità elettronica? E l’agenda dell’Italia digitale, con la diffusione in periferia dei nuovi sistemi, la razionalizzazione dei centri di calcolo?

Diciamolo: è dal governo Renzi compreso, con il siluramento di Carlo Cottarelli dal ruolo di commissario alla spending review, che i tentativi di inserire nei programmi dei governi un’azione severa contro gli sprechi è stata archiviata. Non porta voti, anzi può farne perdere. Il governo Conte 1 ha lasciato del tutto ingestito il tema della riforma della pubblica amministrazione, come se tutto funzionasse magnificamente. Quando ci si accapiglia sui “commi” della legge, per capire quel che c’è nella manovra, si perde di vista quel che non c’è.  E che conferma la rinuncia della politica a mettere mano a quanto di fastidioso si potrebbe fare a carico di fannulloni, assenteisti, furbetti degli appalti.

C’è un “corto”, una brevissima fiction, che Assolombarda ha proiettato alla sua assemblea qualche settimana fa. S’intitola “L’impresa di servire l’Italia” (https://www.youtube.com/watch?time_continue=6&v=lVFHcmt3s8Y). C’è dentro forse un po’ di enfasi, ma quegli 8 minuti raccontano come in un contesto del genere fare impresa sia una sorta di eroismo. Che molti compiono, per la passione di creare valore per sé, certo, ma anche per i loro collaboratori, per il Paese. 

La coverstory di questo numero di Economy è stata dedicata alle B-Corp, come si chiamano le imprese che dichiarano come loro impegno fondamentale, accanto alla naturale generazione di utili, anche il massimo vantaggio possibile per la collettività. È un nuovo trend internazionale: le imprese “buone”, insomma, sono quelle che piacciono di più e attirano più clienti. 

Be’, oggi fare impresa in Italia è reso talmente difficile dal “fattore campo” che ogni impresa è come una B-Corp. Eroica. Se solo la classe cosiddetta dirigente della politica si rendesse conto che complicare la vita in questo modo a chi fa impresa è un delitto, le cose in questo Paese migliorerebbero. Ma non c’è da sperarci più di tanto. La malattia del presentismo non ha ancora trovato una cura.

CANCELLANDO L’AUTOGOL DELL’OBBLIGO DI CAUSALE L’INTERINALE RIPARTE

Un solo rinnovo magari anche sì, ma l’obbligo di causale sicuramente no. È l’occasione da cogliere per riformare la legislazione sul lavoro con il Conte-2 e la nuova ministra Catalfo che sembra più competente di altri sulle dinamiche reali che regolano l’occupazione. Ed è la linea sostenuta da sempre - fin dal decreto dignità dello scorso anno - dal presidente di Assosom Rosario Rasizza, imprenditore-manager che ha fondato e portato al successo OpenJobMetis - unica agenzia per il lavoro (Apl) a capitale italiano quotata in Borsa - e guida appunto una delle associazioni tra le Apl. La causale introdotta dal precedente esecutivo ha terrorizzato gli utilizzatori abituali del lavoro interinale perché apre spazi infiniti al contenzioso, che in Italia ha tempi interminabili e assoluta incertezza d’esito, esposto com’è alla discrezionalità delle corti. Mentre non c’è dubbio che si tratta di una formula contrattuale trasparente e legittima al 100%, tanto che costa un po’ di più dei corrispondenti contratti ordinari proprio perché garantisce le aziende utilizzatrici, ma anche i lavoratori. Che in altissima percentuale entrano poi stabilmente dopo qualche esperienza di interinale negli organici aziendali. (s.l.)

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