VITA DA MANAGER

Più del curriculum conta
il marketing di se stessi

Reputation, credibilità, posizionamento: sono cruciali per l'azienda, ma anche per il manager. Così il personal branding si attua attraverso strategie in cui nulla è lasciato al caso. I consigli della guru americana

Vincenzo Petraglia
Più del curriculum contail marketing di se stessi

Che si sia un professionista o un manager o un giovane alla ricerca del primo impiego, il personal branding, vale a dire l'insieme delle strategie per promuovere se stessi e le proprie competenze ed esperienze, proprio come se fossero un brand, si rivela quantomai importante in un'era, come quella attuale, in cui Internet e i social media fanno da vetrina anche personale. A maggior ragione in un mercato del lavoro altamente concorrenziale e con professioni sempre più digitali e slegate dal mito ormai superato del posto fisso.

Se prima, infatti, bastava il curriculum a farci trovare un lavoro o a farci scalare l'organigramma di un'azienda, oggi oltre alle esperienze prettamente curricolari, c'è bisogno di molto altro. Di reputation, credibilità, apprezzamento sui social di ciò che siamo e facciamo, che, proprio alla stregua di un brand, può essere indirizzato verso il successo o l'insuccesso, applicando le leve del marketing a noi stessi. I cacciatori di teste e i recruiter in generale quando si trovano di fronte a un candidato, insieme alle esperienze lavorative passate non di rado valutano molto attentamente anche i suoi profili pubblici, ciò che emerge, per esempio, dalla presenza sui social, dal modo di utilizzarli, dai post e dai commenti fatti e ricevuti. Una sorta di social recruiting in cui insomma prima si spulciano i profili delle persone sui principali social network e poi, dopo questa prima scrematura, si passa eventualmente ad un incontro reale per un colloquio tradizionale. Meccanismi validi non solo per le nuove leve o per chi fa business online, ma anche per chi un lavoro ce l'ha già come libero professionista o dipendente, e anche ai livelli più alti. Perché, spiegano gli esperti, una buona strategia di personal branding serve a trovare lavoro anche tra manager e professionisti, che è bene siano sempre più attenti alla cura del proprio “io digitale”, ormai parte integrante del proprio curriculum, fonte di credibilità e buona reputazione che può avere un ritorno concreto, quindi anche economico, in termini di nuove collaborazioni e di nuovi clienti e progetti.

Per scremare, i recruiter valutano, oltre alle competenze e all'esperienza dei candidati anche i loro profili pubblici

Secondo una ricerca di Manageritalia, nella quale sono stati intervistati 450 addetti delle risorse umane, l’incidenza del personal branding, e nello specifico una presenza sul web di qualità, nella scelta del manager da parte delle aziende, è molto/abbastanza importante per il 62,2% delle imprese intervistate, mentre il non essere presenti viene valutato negativamente nel 42,5% dei casi.

I recruiter cercano sempre più spesso su Google tutte le informazioni possibili su un candidato e il risultato della cerca influisce sulla loro selezione insomma. Essere presenti sul web con un’immagine ben definita, professionale, di successo, attuale, coerente con il proprio ruolo è oggi imprescindibile, dunque, per fare carriera. Anche per manager e professionisti di primo livello, come ceo e amministratori delegati, perchè un manager si gioca gran parte della sua carriera nella reputazione, che sempre più oggi passa attraverso il web.

«Il personal branding», spiega Cynthia Johnson(nella foto), americana, una delle massime esperte mondiali del settore, autrice di svariati best-seller dedicati a questi temi, fra cui The Art e Science of Personal Branding, «rappresenta l'evoluzione di lettere di presentazione, richieste di lavoro e curriculum, in una parola il nostro bigliettino da visita verso il mondo. Dobbiamo iniziare ad accettare che le persone osserveranno sempre di più la nostra vita online prima di accettare di incontrarci. È importante, dunque, presentarci al meglio, indossare il nostro abito migliore e prepararci a raccontare la nostra storia. Bisogna che ci prendiamo cura della nostra immagine, imparando a comunicarci al meglio, e curare adeguatamente i nostri account, assicurandoci di veicolare l’immagine che vogliamo, sia professionale che personale». A maggior ragione perché tutto ciò che ci riguarda che transita su Internet difficilmente cadrà nel dimenticatoio col tempo. Basterà infatti un like o un retweet o una condivisione a riportate in auge magari un contenuto che avremmo voluto sparisse del tutto, in barba al sacrosanto diritto all'oblio, che nel mare magnum del web è sempre una chimera far salvaguardare, e che magari anche a distanza di anni potrebbe tornare a remare contro di noi.

Il problema è che molti manager ancora oggi, spesso per ragioni anche anagrafiche, decidono di non essere presenti sul web. In questo caso, però, la propria identità digitale sarà data da quello che dicono gli altri di noi o da informazioni casuali che emergono in rete. Decisamente meglio (e più controllabile) impostare una strategia ci permetta, per quanto possibile, di indirizzare quelle variabili che ci possono aiutare a costruire un’identità coerente con noi stessi, i nostri valori, le nostre reali competenze.

Il 62,2% delle imprese valuta positivamente una presenza di qualità sui social. Per questo occorre presentarsi al meglio

«I social media sono molto importanti ma non sono tutto», puntualizza la Johnson, influencer con oltre 2 milioni di follower e co-fondatrice fra l'altro dell'agenzia di branding Bell + Ivy e realtà imprenditoriali per supportare i manager che fuoriescono dalle grandi aziende IT e i giovani che devono entrarvi. «Essi non sono che canali, proprio come la tv o altri mezzi. Non bisogna quindi farsi prendere dalla frenesia di essere presenti su tutti i social, esistono anche podcast, video, eccetera, l'importante è essere coerenti e proporre qualcosa di utile e originale. A trarne beneficio non saremo soltanto noi, e le opportunità professionali che da un buon personal branding possono derivare, ma anche le aziende in cui lavoriamo o con le quali collaboriamo, perché anch'esse, attraverso di noi, acquistano credibilità e autorevolezza».

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