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«Consulenti, sì. Ma anche motori
del benessere»

Seimila professionisti (età media 33 anni) al servizio delle imprese: il presidente Andrea Toselli racconta a Economy la “sua” PwC Italia. Che fa evolvere l’impronta americana nella direzione della comunicazione

Sergio Luciano
«Consulenti, sì. Ma anche motori del benessere»

Andrea Toselli, presidente di PwC Italia

Il mondo di oggi ci sta proponendo una sfida entusiasmante e per molti versi rivoluzionaria. Noi reagiamo con una nuova prospettiva della cultura d’impresa al servizio del sistema. Perché quando il nostro lavoro di consulenti fa crescere un’azienda, fa crescere il benessere collettivo”.

Andrea Toselli è il presidente di PwC Italia. l’organizzazione italiana “industri focused” facente parte di uno grandi network mondiali di servizi professionali che si occupa dalla revisione contabile alla consulenza strategica; un colosso da 250 mila professionisti nel mondo (è presente in ben 158 Paesi) che in Italia ne conta 6.000, età media di 33 anni. 

Professionisti e professioniste in Italia diventano partner e quando escono trasferiscono la propria quota partecipativa

«Ci siamo detti che se cresciamo incrementando la nostra attività con le aziende nostre clienti vuol dire che siamo utili. Già, ma utili in cosa? Nell’essere motori del benessere. Un esempio semplice? Poniamo che noi si lavori per un’azienda che produce sedie e che, dopo il nostro intervento, quest’azienda riesca a produrre di più e con maggiore efficienza: il suo successo si riverbera sul sistema. Quindi noi abbiamo sempre detto di voler creare valore per il cliente, ed è vero e lo confermiamo. Ma ora sappiamo che al di là del business nostro e dei nostri clienti, noi riusciamo a giovare al benessere collettivo».

E i suoi seimila colleghi sono d’accordo, credono a questa nuova prospettiva?
È un approccio mentale e valoriale che crea uno straordinario ingaggio nelle nostre persone. Sono giovani bravissimi, con un gran cuore e un’enorme voglia di lavorare, che sentono profondamente, perché è nel dna delle loro generazione, il valore della sostenibilità e del bene comune.

Lei non usa lo slang tipico dei consulenti d’impronta americana, eppure PwC è un colosso basato negli Stati Uniti!
In effetti siamo sempre stati, nostro malgrado, prevalentemente descritti come una branch di una multinazionale americana, lo so, ma la verità è diversa, almeno per noi. 

Noi siamo come un enorme studio professionale, siamo un’organizzazione totalmente italiana, posseduta e controllata da professioniste e professionisti che lavorando in Italia diventano partner e che quando escono dal partneriato, trasferiscono la propria quota partecipativa ad altri, a valori prefissati, garantendo il necessario ricambio generazionale. Questa è la chiave del nostro successo. è questa organizzazione tutta italiana che firma con le altre PwC nel mondo un patto per potere utilizzare il marchio e beneficiare della forza collettiva del nostro network, assumendosi naturalmente una serie di impegni, sostanzialmente relativi alla qualità delle prestazioni e alla gestione del rischio. L’impegno che sottoscriviamo è fare il massimo per evitare di arrecare danno al buon nome comune. Quindi noi abbiamo il vantaggio di un’autentica autonomia gestionale e, insieme dell’accesso a un grande network mondiale.

Solo le società di revisione che fanno anche consulenza hanno le competenze necessarie per comprendere i loro clienti

Poco americani, quindi?
Be’, consideri che per 15 anni ho avuto nella mia stanza la foto di Alberto Sordi di “Un americano a Roma”, quando mangia i maccheroni, e mia moglie è americana! A parte la battuta: molto italiani quanto all’autonomia, molto globali, quando si tratta di attingere allo sterminato know how di 250 mila professionisti di tantissime culture diverse, disseminati in ogni angolo del mondo. La nostra professione ha comunque nella sua natura una forte responsabilità degli individui, il che pone dei limiti alla discrezionalità del singolo. Voglio spiegarmi meglio: per quanto bravo, un singolo professionista non può seguire in modo completo ed articolato una grande impresa: quello è un lavoro di team e costruire team vincenti è la nostra vocazione.   

Bello. Ma riuscite a condividere tutto questo potenziale valore culturale con il sistema anche al di là di quel che potete fare indirettamente, attraverso il supporto che prestate ai vostri clienti?
è esattamente questa la domanda che ci siamo posti all’inizio del processo che ha portato alla nuova prospettiva di cui parlavo. è il fatto di avere in azienda tanti giovani ci ha aiutato a focalizzare meglio la risposta. Recentemente ero ad una riunione interna e mi si presentavano gli ottimi risultati che uno dei nostri gruppi stava ottenendo. Ho colto subito la differenza di quei ragazzi con la mia generazione e ho sentito di dir loro: La mia generazione perseguiva il successo personale, era quella degli yuppie, della bella casa, della bella macchina, della barca, degli stipendioni. Queste non sono più le vostre priorità e la nostra capacità di ascolto ci consentirà insieme di metterle a fattor comune.

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