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Basta con chiacchiere (e ritardi)
sul digitale

A tu per tu con Tatiana Rizzante, amministratore delegato di Reply, che ci spiega le strategie dell'azienda, il ruolo dell'intelligenza artificiale e della blockchain per il futuro

Marco Scotti
Basta con chiacchiere (e ritardi) sul digitale

Tatiana Rizzante, amministratore delegato di Reply

«Bisogna smettere di parlare del digitale come se fosse un tema che si può scegliere se applicare o meno. Le aziende che funzionano sono sempre in una fase matura della loro digital transformation». Tatiana Rizzante, amministratore delegato di Reply, non ama molto i giri di parole, neanche con i giornalisti. Non ama soprattutto trattare le nuove tecnologie come se fossero una chimera da inseguire, un dettaglio ancora lontano di cui è bello riempirsi la bocca ma che deve ancora arrivare. Il digitale permea le nostre vite e, soprattutto, quella delle aziende che vogliono competere su mercati sempre più ardui e globali. Sarà per questo, sarà per la determinazione con cui la Rizzante, il fratello Filippo e il padre Mario hanno affrontato la tecnologia o sarà anche per un modo visionario di intendere il business – molte aziende verticali che fanno capo alla holding di famiglia – fatto sta che Reply lo scorso anno ha superato il miliardo di fatturato, con una crescita del 17% rispetto ai dodici mesi precedenti. 

«Con l'intelligenza artificiale siamo partiti tre anni fa con sette aziende dedicate. Abbiamo creato un centinaio di progetti, ma mi aspetto che aumentino»

Tatiana Rizzante: ma qual è il segreto di questi numeri “cinesi”?
Non c’è segreto e non c’è ricetta, ci sono piuttosto dei capisaldi, che rispondono al nome di innovazione, qualità, investimenti, determinazione. Bisogna saper giocare su diversi tavoli, non si può pensare di limitarsi soltanto all’Italia, che è una regione d’Europa e, oltretutto, nemmeno tra le più innovative.

Per questo il vostro gruppo opera in diversi Paesi: un osservatorio privilegiato che vi permette di tastare il polso della digitalizzazione italiana. Dove siamo più forti? Ma soprattutto, siamo in linea con l’Europa?
L’Italia è, per definizione, un mercato piccolo, quindi diventa difficile analizzarla in questo modo. Soprattutto, è sbagliato continuare a pensare che esista un mercato del digitale in quanto tale, perché le aziende che competono bene sono molto probabilmente anche competitive dal punto di vista del loro livello di digitalizzazione. Piuttosto, bisogna notare che ci sono quattro grandi aree in cui noi come Reply siamo attivi e in cui l’Italia si sta muovendo, anche se non con un dinamismo travolgente.

Ce le riassuma…
In primo luogo c’è tutta la parte di digitalizzazione di processo; poi c’è l’introduzione della robotica, della tecnologia dei materiali e della produzione; quindi bisogna considerare il prodotto, il software che permette di migliorare le performance di qualsiasi oggetto, dai conti correnti alle macchine. Infine c’è la digital experience. Ecco, un bel passo avanti lo potremmo fare se iniziassimo a parlare di economia e digitalizzazione come se fossero concetti sovrapponibili. Perché è vero che abbiamo pochi campioni di dimensioni rilevanti, caratteristica del nostro tessuto imprenditoriale che ci portiamo dietro da tempo, ma il mondo si sta aggregando intorno ai grandi player, come i Gafa americani (Google, Apple, Facebook e Amazon, ndr). Alla fine si parla sempre di ecosistemi, con prodotti connessi come un insieme di attori che si muovono intorno a grandi punti di aggregazione. E noi facciamo molta fatica a creare questi punti, a parte qualche grande realtà, come ad esempio Enel, che si sta spendendo in prima persona.

Venendo alle singole tecnologie, qual è l’impegno di Reply nell’intelligenza artificiale?
È sicuramente uno degli aspetti su cui siamo più attivi: siamo partiti tre anni fa, abbiamo avviato un centinaio di progetti, con sette aziende dedicate esclusivamente a questo. Se dovessi fare un bilancio, direi che alcuni segmenti sono decisamente più avanti di altri: ad esempio tutta la parte predittiva, sia essa di manutenzione o di vendita. Poi c’è un impegno significativo nel campo della cybersecurity, perché bisogna trovare un modo di velocizzare la definizione delle possibili minacce. E ancora: la sicurezza del posto di lavoro e dei lavori che possono essere maggiormente pericolosi.

Alla faccia di chi dice che l’automazione cancella occupazione...
Perché si sbaglia la prospettiva: non è una riduzione del costo del lavoro, ma un incremento della velocità con cui esso viene eseguito. Inoltre, c’è un altro comparto su cui stiamo puntando molto, che è quello della gestione autonoma dei processi. In questo senso si va dai droni automatici per uso militare fino a banche e assicurazioni che provano a gestire i flussi di trading sui mercati finanziari tramite l’intelligenza artificiale. La vera trasformazione, quindi, è quella che concerne il modo di svolgere il lavoro. Ed è un cambiamento epocale.

Quanta parte dei vostri progetti complessivi coinvolgono l’intelligenza artificiale?
Circa il 10% del totale in termini numerici, ma sono i più grandi se consideriamo il volume. E mi aspetto che aumentino notevolmente nei prossimi anni.

Passiamo alla blockchain. Intanto: è vero che è una “killer application”? E poi, su che tipo di progetti state lavorando?
Stiamo continuando a investire su questa tecnologia. Tra l’altro, siamo partiti prima rispetto all’intelligenza artificiale, ma abbiamo avuto un consolidamento più lento. Al momento non so dire se si tratti davvero di una killer application. Quello che posso dire, però, è che si trasforma completamente il sistema di relazioni, perché si mette insieme una serie di attori diversi. Per quanto concerne la nostra azienda, stiamo lavorando tantissimo sulla parte di smart contract, che snellisce e rivoluziona il mondo dei servizi assicurativi e, oltretutto, consente di “sburocratizzare” il comparto. Inoltre c’è grande interesse sul tema della tracciabilità di filiera, per garantire la provenienza dei prodotti Il terzo comparto in cui siamo molto attivi è il digital adv, che è diventato un comparto molto frammentato e che necessita di maggiore controllo. Internamente abbiamo avviato la sperimentazione sulla blockchain quattro anni fa, mentre è dallo scorso anno che abbiamo avviato l’attività verticale con le nostre aziende. Penso che, diversamente dall’intelligenza artificiale, la blockchain non può sviluppare tanti piccoli progetti, ma deve concentrarsi su alcuni settori con risultati estremamente significativi. Altrimenti è totalmente inutile.

Pensa che possa giocare un ruolo importante, in questo processo di trasformazione, la Pubblica Amministrazione, da sempre tallone d'achille della digitalizzazione nostrana?
Solo se è un sistema intero che si muove nell’ottica della semplificazione. Altrimenti, se devono crearsi nuove sovrastrutture, si rischia il disastro. Se c’è una caratteristica positiva dell’economia di questo millennio è che è veloce e che le aziende devono comportarsi e adattarsi in modo rapido. Tutte le iniziative come Industria 4.0, che pongono l’attenzione su temi specifici, sono bene accette.

Un’ultima domanda: ci anticipi qualcosa della vostra strategia di m&a: avete in programma di estendere il vostro perimetro di azione? Guardate a zone specifiche del mondo o cercate di cogliere le opzioni migliori indipendentemente dalla collocazione?
Continuiamo a investire con la logica di Europa first, ma stiamo guardando anche agli Stati Uniti. Lì, in effetti, potremmo acquisire qualcosa di più grande e più robusto, in campi dove ancora non siamo presenti. 

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