coverstory - circular economy

Intelligenza artificiale, affari veri:
ecco i casi di chi ce l'ha fatta

Dal Fintech alla guida autonoma, passando per il riconoscimento facciale: l'AI porta con sé la progressiva rimodulazione di servizi e competenze professionali. Ecco come le aziende devono tenersi pronte al cambiamento

Marco Scotti

Colleghi virtuali, preti robot, macchine che cambiano a seconda dell’umore di chi le guida, investimenti mirati: è l’intelligenza artificiale, una tecnologia così pervasiva che sta cambiando le nostre vite in maniera rapida e definitiva. A riprova di quanto l’AI sia ormai una tecnologia con cui confrontarsi quotidianamente, il neo-nato governo Conte Bis ha già previsto una road map per quanto concerne la pubblica amministrazione che coinvolge i ministri Pisano (Innovazione), Patuanelli (Mise) e Boccia (Affari regionali). E non è neanche un caso che secondo Idc, entro il 2024 almeno il 20% dei lavoratori si interfaccerà con tecnologie di AI che agiranno da veri e propri colleghi virtuali, in un contesto di human-machine collaboration. E non basta, perché sempre entro i prossimi cinque anni un terzo delle applicazioni che consentono le relazioni b2b o b2c attraverso lo schermo saranno sostituite da moduli di intelligenza artificiale, soprattutto quelle ribattezzate di “conversational AI”. Tecnologie che rivoluzioneranno completamente il modo di relazionarsi con clienti e fornitori e che garantiranno una riduzione dei tempi di gestione delle pratiche. Ma questa trasformazione tecnologica – ed è bene ricordare il monito che qualche mese fa lanciava proprio dalle pagine di Economy il professor Luciano Floridi – non coinciderà con una riduzione dei posti di lavoro totali. Semmai, con una progressiva e inesorabile rimodulazione delle competenze, con conseguente necessità di introdurre figure professionali nuove a fronte di altre che saranno rese sempre più marginali. Ma intanto ecco quattro esempi (più un quinto tra il serio e il faceto) per capire quali siano le applicazioni più interessanti dell’intelligenza artificiale. Perché, mutuando Cavour, fatta l’AI bisognava farne le applicazioni. E alcune sono davvero interessanti.

Secondo IDC entro il 2024 almeno un lavoratore su cinque dovrà interfacciarsi con tecnologie di intelligenza artificiale

L’investimento… intelligente
Prendete due compagni di banco per i tredici anni di scuola. Caratteri diversi, interessi lontanissimi. Uno, Tommaso Migliore, studia economia. L’altro, Federico Mazzorin, fisica. Insieme però trovano un interesse comune, cioè l’AI applicata al settore finanziario. Perché entrambi si rendono rapidamente conto che mentre le start-up che si avvalgono di questa tecnologia si stavano moltiplicando, nessuno o quasi sembrava pensare agli investitori istituzionali. Da qui la nascita di MdotM, che pensa al mondo della finanza come a un gioco in cui vince chi sviluppa le migliori strategie d’investimento. L’AI quindi diventa uno strumento per studiare differenti asset class con modelli specifici che permettono di superare il “rumore di fondo” che caratterizza un mercato finanziario sempre più democratizzato e accessibile a tutti. Per questo l’intelligenza artificiale raccoglie enormi quantità di dati che vengono poi processati per creare algoritmi che sono alla base degli investimenti suggeriti da MdotM ai suoi interlocutori, tipicamente banche e asset manager. L’idea è piaciuta talmente tanto che l’obiettivo per il 2019 è di chiudere a oltre un milione di euro di fatturato, dopo aver creato un advisory board che vede autentici pezzi da novanta come Federico Ghizzoni (già amministratore delegato di Unicredit e oggi presidente di Rothschild Italia), Alida Carcano (Ceo Valeur Asset Management), Marino Valensise (Head of Multi Asset e Presidente dello Strategic Policy Group di Barings), Fabio Troiani (Co-founder e Ceo Bip), Michele Padovani (Direttore Esecutivo Cherry Bay Capital). La start-up è stata inaugurata nel 2015 a Londra e oggi ha una sede a Milano, all’interno del Talent Garden di Via Caltabiana. Inoltre, dopo un aumento di capitale da due milioni di euro conclusa alla fine dello scorso anno, dovrebbe essere inaugurato un terzo ufficio anche a New York, per presidiare le principali piazze finanziarie mondiali. 

L’auto che si adatta all’umore
L’esodo di Ferragosto, la partenza intelligente all’alba se non prima, i percorsi monotoni hanno in comune un elemento: lo stress, che è dietro l’angolo e rischia di essere pericolosissimo compromettendo la soglia di attenzione e le capacità del pilota. Per questo Jaguar Land Rover sta sperimentando un’applicazione di AI che interpreta lo stato d’animo del guidatore. Monitorando alcuni parametri è così possibile intervenire sulla regolazione di tutte le funzioni dell’abitacolo interno. Per fare questo, il colosso automobilistico ha intenzione di installare nei veicoli una videocamera rivolta verso il guidatore e, contestualmente, impiegare sensori biometrici che ne valutino l’umore. In questo modo è possibile tarare tutte le funzioni dell’abitacolo, come riscaldamento, media e illuminazione ambientale rendendolo un luogo quanto più confortevole e garantire la corretta soglia di attenzione del guidatore. Anche perché una ricerca dimostra che il 74% di chi guida ammette di sentirsi quotidianamente stressato oppure oppresso. Il sistema di rilevamento dell'umore fa uso delle più recenti tecniche di Intelligenza Artificiale per cogliere anche i minimi cambiamenti di espressione facciale del guidatore e regolare automaticamente tutti i sistemi di cabina. Col tempo, il sistema impara le preferenze del pilota e tara le regolazioni in modo sempre più personalizzato. Queste personalizzazioni potranno cambiare il colore dell'illuminazione ambientale con uno più riposante se il sistema rileva uno stress, oppure scegliere la playlist preferita, o diminuire la temperatura in cabina, se vengono rilevati segni di stanchezza. Jaguar Land Rover sta anche studiando una tecnologia simile per la seconda fila di sedili, con videocamere montate nei poggiatesta. In questo caso, al minimo segno di stanchezza, il sistema potrebbe abbassare l’illuminazione, scurire i finestrini ed alzare la temperatura per facilitare il sonno ai passeggeri della seconda fila. 




Marketing e intelligenza artificiale
Finanza e automotive, settori lontanissimi tra loro che stanno sperimentando le moderne tecnologie per migliorare l’esperienza dell’utente finale. Ma in che modo l’intelligenza artificiale può diventare un alleato delle aziende, migliorando e rendendo più efficienti le strategie di business? È la domanda a cui ha provato a rispondere l’italiana Thron (azienda padovana specializzata in digital asset management intelligente) che ha commissionato a Forrester una ricerca per comprendere il ruolo dell’AI nel trovare nuovi clienti. I risultati sono talmente positivi da essere quasi sorprendenti: questa tecnologia, applicata a foto, video e altri contenuti digitali, permette un incremento del 23% nel reperimento di nuovi clienti. Lo studio (“La gestione intelligente dei contenuti”) evidenzia l’impatto sulla scena europea delle tecnologie di Content Intelligence, l’intelligenza artificiale applicata ai contenuti digitali dei brand, per adattarli agli interessi degli utenti che ne fruiscono. Tra i principali benefici rientrano il miglioramento della customer experience - confermata dal 63% delle aziende early adopter, contro un’aspettativa del 44% delle altre - la migliore capacità di pianificazione delle attività su asset come foto, newsletter, video, ecc. (63% vs il 47%); l’aumento della velocità di produzione di contenuti (42% vs 29%) e il miglioramento dell’efficienza dei team creativi (49% vs 30%). In termini di ottimizzazione dei budget si registra un aumento in più della metà dei brand early adopter, contro le aspettative del 38% degli altri. A ciò si aggiunge anche un migliore ritorno sull’investimento in contenuti (56% vs 38%). «Abbiamo visto – ci spiega Nicola Meneghello, Ceo di Thron – che le aziende che stanno già impiegando l’intelligenza artificiale aumentano la probabilità di acquisire i nuovi clienti rispetto alle altre, con un +21% di ricavi e un +13% di ebitda. Questa tendenza è abbastanza trasversale e riguarda settori molto diversi tra loro come retail, automotive, farmaceutico e manifattura. Quello che appare ancora un po’ indietro è invece il finance, che sconta un ritardo tecnologico ancora abbastanza evidente. Piuttosto, va notato come l’Italia non sia più indietro di altri Paesi se si parla di applicazione dell’AI». 

Le ricerche di Forrester dimostrano che le aziende che impiegano l'AI acquisiscono nuovi clienti più facilmente


Riconoscimento facciale
In molti ricorderanno il film “21” in cui un professore del Mit di Boston (Kevin Spacey) realizza un sistema insieme ai suoi studenti per contare le carte e sbancare i principali casinò di Las Vegas. Un problema che oggi sarebbe facilmente arginabile grazie ai moduli di intelligenza artificiale applicati al riconoscimento facciale che consentono di smascherare qualsiasi comportamento anomalo. Un programma di questo tipo esiste, ed è anche italiano: si tratta di Reco, un’azienda nata tre anni fa inizialmente come sistema di face recognition realizzato con l’ausilio della sede salentina del Cnr. Da lì, la crescita è stata esponenziale così come i possibili utilizzi. L’AI, debitamente istruita con moduli di machine learning, consente di riconoscere criminali, evidenziare potenziali danni strutturali o migliorare l’esperienza degli utenti del trasporto pubblico. «Abbiamo recentemente vinto una gara del Ministero degli Interni – ci racconta Simone Pratesi, ceo di Reco – pur non avendo l’offerta più competitiva dal punto di vista del prezzo. Forniamo alla polizia un software che consente, grazie a una particolare luminosità del nostro sistema, di migliorare le potenzialità di questa metodica. C’è un database composto da circa 18 milioni di facce, cui si aggiungono 3.000 immagini a settimana. Un altro ambito in cui siamo attivi è quello dell’aeronautica: abbiamo ricevuto una commessa da Alenia Aerospazio per verificare che durante la “cottura” delle nuove ali in carbonio non si creino malformazioni che, se scoperte solo a processo ultimato, rappresenterebbero un costo enorme. Siamo stati scelti dal Wynn Casino per monitorare eventuali bari. Sempre all’estero abbiamo ricevuto commesse in Giordania e siamo in trattative con Egitto e Turchia. Il nostro sistema di visione è più avanzato di altri che hanno sollevato problemi gravissimi, come nel caso di gemelli che venivano “scambiati” per sbloccare il telefono. Infine, stiamo per montare una quarantina di varchi per Atm agli abbonati, in modo che possano passare dai tornelli senza mostrare tessere o telefoni». 

La messa “artificiale” 
L’ultimo esempio di intelligenza artificiale prestata alla vita reale è più che altro una provocazione: un prete-robot in grado di dire messa in sette lingue con voce maschile o femminile a seconda delle preferenze dell’utente, pardon fedele. L’idea è stata messa a punto in Germania lo scorso anno, in occasione del 500esimo anniversario della Riforma protestante, da parte della chiesta evangelica di Hesse e Nassau. L’intento non è certo quello di liberare pastori e preti dall’officio della messa, ma far riflettere tutti (credenti e non) sul futuro della Chiesa e sull’utilità che può avere l’intelligenza artificiale. Pronta a prendere il posto dei ministri di Dio o capace di donare serenità a chi ne abbia bisogno in qualsiasi momento? La risposta più “laica” è sicuramente la seconda. Ma chissà se anche la Curia sarà d’accordo con questa visione meccanicista. 

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