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«Il vero digital entrepreneur non inventa nulla: copia»

Quando si punta su Internet, è meglio guardare ai business model che funzionano e replicarli in scala. Come fa la tedesca Rocket. E come fa Marco Valta, l’under 40 con più di 90 investimenti nel settore

Marco Scotti
«Il vero digital entrepreneur non inventa nulla: copia»

Se parole come exit, secondary, evaluation o cap table sono per voi ancora sconosciute. Ma soprattutto se il mondo del venture capital e dei business angel rimane un universo ammantato di mistero, Marco Valta (nella foto) è il Virgilio giusto per iniziare a muovere i primi passi in questo settore. Laureato all’Università di Trieste in economia internazionale e con un master a Berkeley in private equity e venture capital, non c’erano molti dubbi su quale potesse essere il ruolo di Valta una volta entrato nel mondo del lavoro: il digital entrepreneur, che può essere tradotto con imprenditore esperto di nuove tecnologie. Al momento sono oltre 90 gli investimenti portati avanti da questo under-40 che ha iniziato da qualche tempo a frequentare assiduamente la Silicon Valley, mecca della new economy. Dal punto di vista imprenditoriale, invece, è stato il fondatore di Virail, un sito web specializzato nella ricerca di offerte, promozioni e tariffe ferroviarie low cost in Italia e all’estero.



Valta, lei ha una doppia anima: investitore e imprenditore. Ce le vuole raccontare meglio? 
Partiamo dalla seconda. Quando ho realizzato ViRail, insieme ai miei soci abbiamo avuto ben chiaro che avremmo dovuto presentare un prodotto fatto e finito, dal coding fino alla vendita del servizio. E soprattutto dovevamo tenere conto di dove ci stavamo muovendo, cioè l’Europa, che ha un ecosistema meno florido rispetto a quello degli Stati Uniti. Per questo abbiamo avuto un approccio meno rischioso, in cui abbiamo guardato a modelli di business esistenti, cercando di migliorarli. Non sarà un caso se in giro non si vedono Instagram o Facebook, mentre i modelli di successo sono quelli che riescono a reinventare i marketplace, che nella mia accezione sono luoghi che mettono in comunicazione chi offre un servizio e chi lo riceve, come nel caso di Uber o AirBnb. 

Zalando è nata in Germania dai tre fratelli Samwer che hanno copiato un business già esistente negli Stati Uniti

Un esempio di realtà europea che ha operato in questo modo?
Rocket Internet. Si tratta di una società fondata dai tre fratelli Samwer in Germania che annovera tra i suoi brand Zalando. Nel 2014 ha completato anche l’Ipo e il suo prodotto di riferimento, appunto Zalando, ha copiato un business model americano che già esisteva. La scelta dei Samwer è stata quella di focalizzarsi su business model funzionanti e di replicarli in scala. Ed è una scelta che ho adottato anche io nella mia carriera di imprenditore. Il problema, quando si punta su internet, è che manca anche un pizzico di cultura. Nel senso che troppo spesso si pensa che avviare un’attività di questo tipo significhi aprire un sito, ma bisogna confrontarsi con i problemi tipici dell’offline, come le scorte o lo stoccaggio delle merci, avendo a disposizione una platea potenzialmente sterminata. Credo soprattutto che sia opportuno puntare su quei canali di vendita di beni e servizi che sono passati da un mondo offline a uno online.

Ad esempio?
Ad esempio il mondo delle agenzie di viaggio: fino a dieci anni fa ce n’era una a ogni angolo di strada, oggi sono praticamente sparite. Non è un caso che uno dei nostri primi progetti sia stato proprio una app che permettesse di vendere i biglietti online, andando incontro a nuove esigenze emerse. E questa convinzione mi ha accompagnato anche nella mia attività di investitore, cercando di trovare business model che fossero già validati nel mondo offline ma che si stessero progressivamente spostando verso l’online con il progresso tecnologico. 

Come sceglie le realtà su cui puntare?
Prima di tutto, guardo all’imprenditore che realizza il progetto. L’identikit perfetto è quello di qualcuno che ha già operato nel comparto, che ha già chiuso qualche “exit” e che ora si sta concentrando su una nuova idea. Preferisco poi lanciarmi in imprese ancora “in seed” o “early stage”, ovvero nella fase iniziale della loro curva di sviluppo. Per quanto riguarda invece la zona in cui mi muovo, da qualche anno ho iniziato a “frequentare” gli Stati Uniti e lì ho trovato un terreno molto fertile, tanto che il 50% dei miei investimenti è allocato lì. Ho provato con i diversi veicoli di cui faccio parte – e con cui ho concluso fino a qui oltre 90 investimenti – a muovermi anche nei mercati emergenti come Brasile e Russia, ma dopo un iniziale crescita esponenziale, sono rimasti vittime di eccessive turbolenze legate a eventi socio-politici. Condizioni che ci hanno convinto a uscire rapidamente da lì. 

Quindi non punta su realtà più mature?
È naturale che in una asset allocation che si rispetti bisogna mettere dei capitali anche su investimenti più sicuri, che richiedono però un esborso decisamente più elevato. Ma se per entrare nelle aziende giovani e in rampa di lancio serve una buona dose di fiuto, per mettere una chip su quelle più avanzate serve una grande capacità di analisi sulle metriche, sui business plan, sui kpi raggiunti. E poi c’è da dire che se si ritarda troppo l’ingresso si rischia di essere ostacolati da investitori primari strutturati che non vogliono “condividere” il capitale con altri soggetti.

Veniamo all’exit: è l’obiettivo di ogni suo investimento o di ogni iniziativa imprenditoriale?
Se mi pone questa domanda da imprenditore, la risposta è no. Non ho mai pensato di fare trading e non ho mai avviato un progetto con l’idea di venderlo una volta messo in rampa di lancio. Per quanto riguarda gli investitori, invece, il discorso è ben diverso: dal momento che il venture capital non è l’asset class più sicura che ci sia, si possono verificare una serie di condizioni per cui abbandonare la società non sia una scelta sbagliata. Ad esempio, perché si aprono opportunità di secondary, ovvero di acquisto di quote direttamente da possessori di quote senza aumenti di capitale ulteriori. Oppure, un altro motivo per vendere è il caso di alcuni dipendenti della Silicon Valley che si ritrovano con stipendi ancora relativamente bassi ma con una quantità di stock option accumulate negli anni. E poi c’è un ultimo dettaglio: bisogna sapere quando uscire. Se le valutazioni iniziano a decollare in maniera esponenziale, ma l’azienda non è supportata da un buon business plan e da fondamentali solidi, si rischia il disastro.

Le è mai successo di prendere una “fregatura”?
Sì, negli Stati Uniti, ho investito due milioni in una società che aveva tassi di crescita incredibili. Il problema è che a mano a mano che la valutazione saliva, questo processo non veniva accompagnato da un analogo incremento dei fondamentali. Così, nonostante questa società avesse un valore nominale di oltre un miliardo, in realtà non era in grado di mantenere le metriche del business plan. E gli investitori hanno scelto di uscire prima che fosse troppo tardi. L’azienda è fallita e io ho perso il mio investimento. 

A volte però le fregature arrivano dall’esterno, come nel caso di Snapchat…
Io ho investito in Snapchat in una fase precedente alla quotazione in borsa. In quel caso, Instagram non aveva ancora dato agli utenti la possibilità di pubblicare le stories, e Snapchat era un prodotto geniale che si stava diffondendo a macchia d’olio. Ho fatto un investimento non early stage ma che mi ha dato grande soddisfazione perché in sede di Ipo ho venduto le mie quote. Anche questa è una mia regola: se c’è una quotazione in borsa si vende, io non ho la competenza necessaria per portare avanti investimenti sui mercati. 

In conclusione, vede potenziali “unicorni” in Italia?
Satispay, che può continuare a crescere. Bending Spoons, Prima.it, Soldo, MotorK, Facile.it. E poi ViRail, anche se non sta a me dirlo. 

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