APPROFONDIMENTI

Senza nuovi impianti teniamoci l'emergenza rifiuti

Riccardo Venturi
Senza nuovi impianti teniamoci l'emergenza rifiuti

Paola Petrone

Paola Petrone, dg uscente della livornese Azienda ambientale di pubblico servizio ed ex dg dell'Amsa di Milano, ricorda che la Lombardia un quarto di secolo fa era come il Lazio oggi. E deve la salvezza ai termovalorizzatori

Monnezza: è una delle parole simbolo della decadenza del (fu?) Belpaese. Prima Napoli, quest’anno Roma: gli sguardi esterrefatti di turisti di ogni parte del mondo, venuti a ammirare le nostre ineguagliabili bellezze storico artistiche, di fronte a cumuli di immondizia valgono più di tante parole. Ma c’è un modo per evitare questo scempio? Lo abbiamo chiesto all’esperta che è riuscita a far cambiare idea al Movimento 5 stelle: Paola Petrone, dg uscente della livornese Azienda ambientale di pubblico servizio (Aamps) a causa del cambio di giunta (un motivo sufficiente di fronte a risultati quali l’aumento della raccolta differenziata dal 39 al 70% e il risanamento aziendale di un’azienda gravata da quasi 40 milioni di debiti?) aveva il mandato di chiudere l’inceneritore, ma è riuscita a far ragionare i suoi interlocutori politici. Risultato: oggi l’azienda, che perdeva e con la chiusura dell’inceneritore sarebbe stata probabilmente affossata, ha buone performance e fa politica industriale.

«Secondo la mia personale visione, il problema delle ricorrenti emergenze rifiuti nasce perché c’è carenza di impianti, specie nelle regioni dalla Toscana a scendere» dice la Petrone, che è anche ex dg dell’Amsa di Milano dove ha introdotto la raccolta porta a porta dell’organico e portato al 50% la raccolta differenziata. «La Lombardia 25 anni fa era come il Lazio oggi, i rifiuti si portavano solo nella discarica di Cerro Maggiore, finché si è realizzato il primo impianto di incenerimento». Il problema è che la parola chiave della questione è diventata quasi una parolaccia: inceneritore, sarebbe meglio chiamarlo termovalorizzatore. «Sugli impianti di termovalorizzazione c’è molta ignoranza diffusa, si tende a non volerli costruire» sottolinea la dg uscente di Aamps, «servirebbe una corretta informazione: basta guardare a Lazio, Campania e Sicilia in perenne emergenza proprio per la carenza di impianti. In una visione programmatica strategica ogni regione deve avere i suoi impianti». Secondo la normativa europea, il 65% dei rifiuti dovrà essere riciclato, meno del 10% dovrebbe finire in discarica: ma il 25% è comunque da trattare. «Capisco chi dice di voler aumentare la quota di differenziata, ma ci sarà sempre una quota di rifiuti residua da smaltire» osserva la Petrone, «per questo non è lungimirante non avere impianti di trattamento, che possono essere per recupero energetico, impianti di trattamento dell’organico da cui ottenere compost e biometano, oppure impianti di tipo meccanico biologico avanzato che però hanno sempre uno scarto del 10-15% che va in discarica. Comunque bisogna costruire impianti dalla Toscana in giù». Per fare un inceneritore, tra autorizzazioni e realizzazione vera e propria, ci vogliono circa tre anni. E nel frattempo? Quando le discariche sono piene, in mancanza di un accordo tra regioni per spostare i rifiuti (che manca quasi sempre, spesso per il diverso colore politico delle amministrazioni), questi vengono trasportati all’estero, dove con la nostra monnezza fanno affari d’oro. «Portarli all’estero costa di più ma è più facile» rimarca l’ex dg di Aamps, «nei termovalorizzatori del nord e dell’est europeo con i nostri rifiuti si produce e si vende energia».

L’altro aspetto sconcertante del dibattito italico sulla monnezza è la sostanziale assenza del tema rifiuti industriali. Peccato che a fronte di 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani ce ne siano 135 milioni di industriali. «Quello dei rifiuti industriali è un tema molto importante che a livello nazionale non è stato affrontato ancora con la dovuta serietà» mette in evidenza la Petrone, «ci sono contraddizioni normative che andrebbero affrontate: perché il rifiuto urbano necessita di accordi interregionali per poter viaggiare, mentre quello industriale no? Perché il concetto di autosufficienza e prossimità dello smaltimento vale per quello urbano e non per l’industriale?». Misteri della giungla legislativa tricolore. «Da un punto di vista ambientale non ha senso: ci sono troppi rifiuti che viaggiano, con le conseguenze del caso. Vanno gestiti, trattati, controllati, e c’è bisogno anche di impiantistica industriale» conclude il dg di Aamps.

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