FINANZIARE L'IMPRESA

“Mission possible”: guadagnare
investendo sul territorio

Sergio Luciano
“Mission possible”: guadagnareinvestendo  sul territorio

Sostenere attività con un impatto sociale positivo: è il core business della padovana Sinloc. Che in dieci anni sulle opere di utilità pubblica ha ottenuto un Roe medio del 5%. Nonostante la crisi

Il bando per il nuovo porto di Olbia, ma anche il nuovo sistema di illuminazione pubblica di Savigliano; o l’Orto botanico di Padova; o il Centro Anfass di Selargius, vicino Cagliari; e ancora il porto turistico di Sulcis, in Sardegna, uno dei più grandi impianti fotovoltaici del Veneto, sul mercato agroalimentare di Padova, e tante altre opere di utilità pubblica. Il comun denominatore si chiama Sinloc (Sistema iniziative locali), ed è un piccolo-grande esempio del modo virtuoso, e insieme intelligente, di gestire denaro privato a scopi di interesse generale, con un moderato ma sicuro guadagno ed un nettissimo dividendo sociale per le collettività.

«Cerchiamo di essere un elemento di innovazione», spiega con semplicità Antonio Rigon, amministratore delegato di questa società di Padova, appunto la Sinloc, un solido passato in Prometeia, un manager anti-divo per dna, che alla terza parola è già tutto proteso a valorizzare il team: dal presidente Gianfranco Favaro, il vice Gilberto Muraro, al vicedirettore generale Andrea Martinez e agli altri dirigenti Gian Luigi Fiorini, Enzo Pietropaoli, Marina Mazzanti, Mara Bernardini, Vittorino Bombonato, Raffaele Mazzeo, Oscar Zecchin.  Sinloc è una società di consulenza e investimento che opera su tutto il territorio nazionale. «È controllata – specifica il presidente Favaro - da dieci fondazioni bancarie di dimensione diverse tra loro ma egualmente ed equamente rappresentate in CdA : di Padova e Rovigo, Bologna, Lucca, Friuli, Sardegna, Forlì, Gorizia, Teramo, la Compagnia di San Paolo e la Cariplo; e orienta i suoi investimenti, come pure la sua attività consulenziale, secondo i principi della sostenibilità economico-finanziaria, sociale e ambientale».

Criteri di gran moda oggi, tanto che perfino Wall Street – dopo averli etichettati in vario modo, da Esg (enviromental, social and government) a “impact investing” – celebra e dice di praticare (salvo poi non farlo) ma che quando Sinloc entrò nell’attuale fase operativa (quindi dal 2006, prima della crisi, quando ancora “l’avidità era una cosa buona”) avrebbero suscitato molta sufficienza e qualche ironia.

Nell’azionariato, dieci fondazioni bancarie di dimensioni diverse tra loro ma egualmente ed equamente rappresentate nel cda

«Chi oggi non dice queste cose? Ma per noi sono valori connaturati, da sempre – afferma Rigon. E dunque, sintetizzando al massimo, in dieci anni abbiamo sviluppato 300 progetti e 20 investimenti, mobilitando oltre un miliardo di euro, con un Roe (return on equity, cioè ritorno sul capitale investito, ndr) che, comprese le plusvalenze ottenute dalla cessione delle partecipazioni, si colloca tra il 4 e il 5 per cento», riassume l’a.d. «Abbiamo la ferma determinazione di non puntare alla massimizzazione a breve termine del rendimento del capitale – spiegano in questi sobri uffici padovani che ospitano il quartier generale – ma di trovare un adeguato ritorno nel tempo del nostro investimento restando coerenti rispetto all’impegno. Quando il target di un’operazione è raggiunto, il surplus lo reinvestiamo sul territorio. La nostra missione è questa, e questa è la chiave per realizzare progetti solidi nel medio-lungo termine».

Una cosa dunque sono le destinazioni filantropiche dell’attività diretta delle fondazioni ex-bancarie; un’altra è questo modo responsabile di gestirne una parte dei patrimoni. E  il ritorno economico deve esserci, ma in un’ottica diversa da quella che seguirebbe qualsiasi fondo di private equity: «È una missione chiara – osserva Rigon – Sosteniamo lo sviluppo dei territori scegliendo attività e investimenti che abbiano anche un impatto sociale positivo».

In dieci anni Sinloc ha sviluppato trecento progetti e venti investimenti, mobilitando oltre un miliardo di euro

Molte infrastrutture produttive, quindi: con una crescente specializzazione nella portualità e nella gestione idrica, due settori che in futuro cresceranno, come anche quello dello smaltimento dei rifiuti, drammaticamente attualizzato dalle cronache. Come garantire quest’equilibrio tra sano impatto sociale e rendimento? 1Sappiamo che ogni settore ha sua tipologia di rischio. Applichiamo il criterio di perseguire un rendimento di equilibrio conseguito il quale puntiamo al ritorno sociale. Ma le due cose non sono in contrasto tra loro».

Già, perché Sinloc ha ricevuto un mandato duplice dai suoi soci, le fondazioni: ottenere un ritorno finanziario dagli investimenti che effettua e insieme arricchire i territori, renderli socialmente migliori e più solidi. «Se siamo intervenuti a Bologna efficientando da un punto di vista energetico l’ospedale Sant’Orsola l’abbiamo fatto sia ottenendo un ritorno finanziario che creando valore per quella comunità, come desiderava la Fondazione di Bologna per adempiere ai suoi scopi. Nella stessa linea va, poi, la nostra attività di consulenza. Ci piace pensare di essere soggetti che aiutano i territori, sia lavorando con le pubbliche amministrazioni che con i privati, nello sviluppare progetti concreti, sostenibili, finanziabili e bancabili. Perchè questo Paese ha un’enorme problema di progettualità, più che di soldi». Anche perché soldi disponibili ce ne sarebbero tanti, se solo sapessimo avvalercene: sono i fondi europei. «A disposizione del nostro Paese ci sono 75 miliardi di fondi Ue che spendiamo in minima parte, e intanto dobbiamo leggere che la sanità rischia il collasso perché ci mancano i 250 milioni che servirebbero per allargare le scuole di specializzazione!», osserva Rigon: «Anche per questo, i nostri azionisti ci hanno chiesto di impegnarci sui bandi Ue. Abbiamo studiato il dossier e abbiamo capito che dovevano cambiare metodo rispetto a quello invalso in Italia. A Bruxelles ci hanno spiegato: ragionate sul perché l’Italia vince meno bandi di tanti altri Paesi, pur partecipando ad un maggior numero di concorsi. Accade perché spesso l’Italia si candida a tutto e mette insieme un po’ alla buona progetti per partecipare a tutto. Non si fa così. Si analizzino prima i bisogni, si preparino i progetti di massima e quando esce un bando attinente si adatti il progetto a quel bando. Questo ci è stato consigliato, questo stiamo facendo. E non a caso, quest’anno, abbiamo vinto tre bandi, il terzo del quali importantissimo che gestirà 10 milioni di risorse per l’efficientamento energetico delle isole minori europee». Per Sinloc, questo è l’approccio professionale giusto per rinnovare il rapporto del Paese con i fondi europei, «una grande opportunità per l’Italia. E questo nostro approccio è, in chiave consulenziale, a disposizione del mercato. Siamo pronti a dare assistenza anche nella prossima fase di programmazione, utilizzando tutti gli strumenti finanziari, come nel caso di successo dei fondi Jessica, in cui lo Stato definisce indirizzi, target, monitora i progetti ma ne lascia la gestione a chi sa farla».

Il team di Sinloc. In primo piano, seduti, da sinistra: Enzo Pietropaoli, Gian Luigi Fiorini, Antonio Rigon (a.d.), Gianfranco Favaro (Presidente), Andrea Martinez (Vicedirettore Generale), Marina Mazzanti e Oscar Zecchin.

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