COVERSTORY - NON CI RESTA CHE MANGIARE

Alimentare, per crescere
è ora di puntare a quota 100

Riccardo Venturi

Tanti sono i miliardi di valore del falso cibo italiano nel mondo. Il nostro export alimentare cresce, ma ne vale 33: solo un terzo dell'italian sounding. Il mercato interno regge ma fatica, la crescita passa dall’estero

C'è un numero che esprime a un tempo la forza e le grandi potenzialità ancora inespresse del comparto alimentare italiano: 33 miliardi. È la quota in euro dell’export 2018, in crescita del 3,4% sul 2017. Un risultato importante: peccato che il falso Made in Italy alimentare nel mondo valga più del triplo, oltre 100 miliardi secondo la recente analisi di Coldiretti e Filiera Italia, con un aumento del 70% nell'ultimo decennio. Per ogni bottiglia di vero Prosecco, per ogni vera mozzarella, per ogni vera fetta di Parmigiano Reggiano esportati, all’estero ne vengono contraffatti e venduti almeno tre – o più, se il prezzo segue almeno in parte la qualità al ribasso. Da un lato si tratta di un dato drammatico, visto che secondo le stime l’italian sounding, che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che fanno riferimento all'Italia, ci toglie trecentomila posti di lavoro. Ma dall’altro è una grande opportunità: a fare la fortuna dei falsari delle nostre prelibatezze è proprio la fame di Made In Italy alimentare. «Parliamo di prodotti che richiamano l’Italia» dice il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, «se ci fosse il nostro vero prodotto all’estero i consumatori non avrebbero dubbi su cosa acquistare: sta a noi esserci». Per il fondatore di Eataly Oscar Farinetti proprio il valore stimato del falso Made in Italy alimentare dev’essere l’obiettivo di medio termine: «Abbiamo raddoppiato l’export da 20 a 40 miliardi negli ultimi 10 anni» osserva Farinetti, che fa riferimento alla categoria più ampia dell’agroalimentare, «con un’alleanza tra coltivatori e produttori possiamo più che raddoppiare nei prossimi 10 e arrivare a 100 miliardi, perché non siamo mai stati così di moda: la gente ama il cibo italiano, abbiamo il vantaggio di una cucina semplice e replicabile che fa impazzire tutti i cittadini del mondo».

Il falso Made in Italy alimentare nel mondo è aumentato del 70% nell'ultimo decennio. Ma dimostra la grande voglia di cibo italiano

Come dice Gian Domenico Auricchio, presidente di Assocamerestero e delle Fiere di Parma nonché ex presidente di Federalimentare, l’industria alimentare italiana si conferma una corazzata: 56mila imprese per un fatturato che nel 2018 ha superato i 140 miliardi di euro, in aumento di circa il 2% rispetto al 2017. «È il secondo comparto manifatturiero (dopo quello meccanico, ndr) della seconda manifattura europea dopo quella tedesca» sintetizza Auricchio, «con dati significativamente migliori di quelli fatti registrare dall’industria italiana nel suo complesso, sia in termini di fatturato che di produzione». Così, mentre la produzione industriale totale nel mese di aprile è scesa dell’1,5%, quella alimentare è salita del 4,9%; mentre il fatturato totale nello stesso mese è sceso dello 0,7%, quello alimentare è aumentato del 5,5. Le imprese del settore stimano oltre 43mila nuove assunzioni nei prossimi 5 anni, con competenze digitali che faticano a trovare nei candidati. A conferma della tenuta del mercato interno nonostante le difficoltà, i dati Istat indicano che nel 2018 le famiglie hanno compresso alcune spese, come quelle per abbigliamento e calzature, ma non quella alimentare, che è anzi lievemente cresciuta. Anche se c’è da aggiungere che l’Istat ha da poco suonato un campanello d’allarme: nel mese di maggio infatti, ultimo dato disponibile al momento di chiudere questo numero di Economy, le vendite di beni alimentari al dettaglio sono calate dell’1%, confermando l’impressione di un paese in apnea che attende di capire le sorti del Governo gialloverde e quindi le prospettive economiche. Anche nelle esportazioni l’alimentare va meglio dell’industria generale: nel primo quadrimestre sono cresciute dell’8% contro il 2,9. Proprio l’export è la chiave che può trasformare la corazzata alimentare in una più moderna portaerei, con tanto di bombardieri gourmet di pasta, vino, formaggi e altro ben di Dio italiano, lanciati in assetto di pacifico combattimento sui cinque continenti. «Dalla crisi del 2007 al 2018 l’export alimentare è cresciuto dell’81%, contro il 28,5% dell’alimentare nel suo complesso, un differenziale di quasi 50 punti» sottolinea il presidente di Assocamerestero.

L'industria alimentare italiana è una corazzata con 56mila imprese, un fatturato di oltre 140 miliardi di euro in aumento del 2%

La crescita dell’alimentare italiano, in presenza di un mercato interno che tiene le posizioni con qualche fatica crescente in attesa della sospirata ripartenza dei consumi, è dunque legata a quella delle esportazioni. «L’incidenza dell’export sul fatturato totale del comparto è ancora troppo bassa: il 23,5%» afferma Auricchio, «se si vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, nel 2007 era al 13%. Quello mezzo vuoto però ci dice che Francia, Germania e Gran Bretagna hanno percentuali significativamente più alte» aggiunge il presidente di Assocamerestero che fa dell’internazionalizzazione il suo cavallo di battaglia, e che da presidente di Federalimentare dal 2007 al 2010 ha aumentato la quota al 21%. «Il nostro export è di poco superiore ai 40 miliardi» osserva Prandini di Coldiretti, «ma ci dovrebbe far riflettere il fatto che il Belgio, che è solo un po’ più grosso della Lombardia, è a 30 miliardi». Se si aggiunge che siamo solo al quinto posto in Europa dopo l’Olanda a 85 miliardi, la Germania a 76, la Francia a 60 e la Spagna a quasi 48 (dati 2017), le nostre grandi potenzialità inespresse risultano del tutto evidenti. «Se vogliamo crescere davvero ci vuole un piano strategico per l’internazionalizzazione che preveda diversi piani di intervento a partire dalle infrastrutture, che sono fondamentali, comprese le piattaforme logistiche» afferma Prandini, «dovremmo uscire dalla mera logica autostradale e puntare sulle ferrovie, la Spagna l’ha fatto negli ultimi 10 anni, investendo in modo importante sulle connessioni con le reti di viabilità, e oggi esporta 13 miliardi di euro di ortofrutticolo mentre noi siamo fermi a 5». L’irrisolta questione del trasporto merci ha un impatto rilevante in particolare sul comparto ortofrutticolo: «Per un prodotto deperibile che ha una vita media di 10 giorni» spiega il presidente di Coldiretti, «avere la possibilità di recuperarne 2 nel trasporto fa la differenza laddove la distribuzione europea decide di acquistare il prodotto in un paese piuttosto che in un altro». Così gli spagnoli ci fanno concorrenza anche in casa nostra: le importazioni di pomodori dalla Spagna sono aumentate del 50% nell’ultimo anno, e anche le fragole e perfino le albicocche spagnole si trovano spesso più facilmente delle nostre, portando la crisi in zone vocate ma poco collegate come la Basilicata. In Italia oltre l’80% delle merci viaggia su gomma: «questo incide anche sui tempi e quindi sul costo del trasporto, che ci penalizza fortemente» aggiunge Prandini, «mentre il trasporto via mare soffre della mancanza di adeguati collegamenti delle aree portuali». Un altro aspetto fondamentale per aiutare le imprese a internazionalizzarsi è quello delle azioni istituzionali: «Ancora oggi ogni regione fa la sua politica» rimarca il presidente di Coldiretti, «e dobbiamo competere con paesi come la Francia dove c’è un‘agenzia unica che accompagna le imprese all’estero sostenuta dalla rete delle ambasciate, dove le carriere sono legate al numero di contratti commerciali stipulati. Dovremmo investire sull’Ice, e se ci sono anche altre agenzie, bene; l’importante è che ci sia una pianificazione nazionale».

I prodotti che sono cresciuti di più nell'export sono dop e igt. L'Italia è il paese dell'UE che ne ha il maggior numero: oltre 800

Il sostegno delle istituzioni è ancora più importante in una fase di turbolenze globali. Lo ha detto anche il presidente di Federalimentare: «L’interazione tra il sistema delle imprese e le istituzioni è fondamentale specie a fronte di uno scenario politico ed economico difficile, tra dazi Usa e Brexit, che rischia di minare le esportazioni» ha osservato Ivano Vacondio. Secondo il suo predecessore Auricchio il ruolo di Ice in questo senso è cresciuto molto negli ultimi anni: «Già con la presidenza di Michele Scannavini, e ancora di più con il nuovo presidente Carlo Maria Ferro, l’Ice è diventato veramente un contenitore con la c maiuscola, dal quale passa grandissima parte dell’export» mette in Evidenza Auricchio, «si comincia a fare sistema, un sistema che giustamente viene interfacciato per la prima volta in questi anni con tanti attori comprimari. Non posso non ricordare il sistema camerale italiano, Unioncamere ha condiviso con il ministero un percorso che pur vedendo in Ice il contenitore, attribuisce alle camere italiane il ruolo di collettore dell’ultimo miglio: nessuno conosce il territorio, con le piccole e piccolissime imprese, come il sistema camerale italiano». Auricchio è presidente di Assocamerestero, l´associazione delle Camere di Commercio italiane all´estero presente in 55 paesi: «Ice trova interlocutori attenti nelle 80 camere di commercio italiane all’estero, che sono una straordinaria rete di presenza in tanta parte del mondo anche dove non ci sono uffici Ice» rimarca Auricchio, «sono presiedute e gestite da italiani che ricoprono ruoli di rilievo e conoscono il tessuto economico in maniera approfondita, con la voglia, l’entusiasmo di fare qualcosa di positivo per il paese». Le camere sono molto attive in campo agroalimentare: «Nel 2018 più di un terzo delle centinaia di iniziative promozionali fatte dalle camere di commercio italiane all’estero hanno riguardato l’agroalimentare: dalle azioni di business scouting agli incontri b2b, dall’organizzazione di missioni di imprenditori da e verso l’Italia all’accompagnamento alle fiere».

Una componente fondamentale del mondo italiano del cibo è la ristorazione, come dimostrano i numeri: 300mila imprese, 85 miliardi di fatturato, 43 miliardi di valore aggiunto all’anno per 1 milione di occupati. Il presidente della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe) Lino Enrico Stoppani sottolinea che anche in quest’ambito cruciale l’Italia non riesce a fare sistema come dovrebbe: «La ristorazione è uno strumento di soft power che il mondo ha cominciato a utilizzare» afferma Stoppani, «la cucina giapponese è patrimonio mondiale dell’umanità Unesco, le competizioni internazionali vengono vinte da danesi e olandesi perché hanno politiche di ristorazione gestite dai loro governi. Gli Stati Uniti si sono aperti la strada con McDonalds, Starbucks, Coca Cola». L’Italia potrebbe, dovrebbe fare molto di più: «Noi che sul cibo abbiamo di tutto e di più dobbiamo valorizzarlo al meglio» incalza il presidente di Fipe, «ci vuole un salto di qualità. Siamo ad un bivio, o la ristorazione è considerata un fattore strategico per il made in Italy, con una valorizzazione che parta anche dalla diffusione all’estero, oppure diventa un banale strumento commerciale».

I prodotti agroalimentari che hanno fatto registrare le migliori performance in termini di export sono quelli a denominazione di origine e a indicazione geografica: dop, igt, doc e così via, che dal 2007 al 2018 sono cresciuti del 145%, contro l’80% medio dell’agroalimentare. L’indicazione che viene dai mercati si sposa dunque con la vocazione italiana: quella di puntare sulla tipicità. L’Italia infatti è il paese dell’Unione Europea con il maggior numero di prodotti alimentari protetti: «ne abbiamo più di 800 compreso il vitivinicolo, oltre il doppio della Francia» dice Prandini di Coldiretti, «è un patrimonio unico che ci deve caratterizzare, un aspetto anche di carattere culturale. Ogni territorio sa valorizzare un certo tipo di prodotto perché lo trasforma in modo diverso rispetto alla provincia confinante». Puntare su queste caratteristiche uniche è essenziale: «Siamo perdenti se pensiamo di poter competere sull’omologazione produttiva: le dimensioni delle aziende, il costo del lavoro e dell’energia, oltre alla tradizione, non lo permettono» rimarca Prandini, «Ma sono fiducioso perché le nuove generazioni che sono tornate a occuparsi di agricoltura hanno capito che l’esaltazione della tipicità è la chiave per tornare ad avere redditività imprenditoriale». «Abbiamo 1010 varietà di mele, 538 cultivar di olive, e al secondo posto c’è la Spagna che ne ha 70» mette in evidenza Oscar Farinetti, «in questo sta il nostro segreto, non abbiamo la cucina più antica, la cinese, l’indiana e la giapponese lo sono di più. Ma la nostra è più fresca, più nuova, e soprattutto è quella che gode di una varietà maggiore grazie alla biodiversità legata anche al clima, ai venti che si incontrano». Per Farinetti è fondamentale la capacità di raccontare questa ricchezza: «gli asparagi di Bassano del Grappa, le carote di Polignano, i peperoni di Carmagnola, non puoi solo prezzarli, devi saperli raccontare, anche con packaging fantastici come quelli dell’insalata trevigiana». Secondo il fondatore di Eataly, come italiani ci possiamo permettere il lusso di ribaltare lo slogan Think global, act local: «Chi ha avuto il culo pazzesco di nascere nel paese più bello del mondo, con il 75% dei beni artistici culturali globali, il più alto numero di siti patrimonio mondiale dell’umanità Unesco» affabula Farinetti, «potrebbe entrare nell’ordine di idee contrario: think local, cioè studiare le cose belle del nostro paese e accumulare così un coraggio da leone per andare all’estero. L’alternativa è l’impreparazione che ti frena e ti fa diventare provinciale. Dobbiamo studiare la storia, la tradizione dell’agroalimentare e poi narrare e vendere queste meraviglie nel mondo».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400