EDITORIALE

Riscopriamo la fiducia in noi stessi e nel futuro

Sergio Luciano
Riscopriamo la fiducia in noi stessi e nel futuro

«Dobbiamo avere fiducia, nei mercati, nelle imprese e nelle famiglie», ripete Giovanni Tria, ministro economico del governo più strano del mondo. Il quale ha trascorso la prima parte di questa torrida estate 2019 a ricostruire una parte di questa fiducia, quella dei mercati sulla solvibilità della Repubblica italiana, negoziando abilmente con la Commissione europea. Ma questa fiducia “istituzionale” che i mercati hanno concesso alla Repubblica italiana e ai suoi Btp riducendo lo spread, non si è tradotta in una ripresa della fiducia delle famiglie sul proprio futuro e delle imprese sulle proprie opportunità.

L’Italia è oggi un Paese che continua a investire meno di quanto dovrebbe, a consumare meno di quanto potrebbe e a investire peggio di quanto saprebbe. Secondo Confindustria quest’anno le imprese private investiranno il 2,5% in meno dello scorso anno. Nel quarto trimestre 2018 i consumi delle famiglie sono cresciuti appena dello 0,5%. Mentre i risparmi finiscono per quasi 1400 miliardi nei conti correnti, dove non maturano alcun interesse. è come tenerli nel materasso, anzi peggio, perché tenerli sul conto corrente costa la commissione bancaria. La coverstory di questo numero racconta, tra economia e costume, quanto vada bene, invece, un settore che da sempre traina l’economia italiana e anche oggi risalta perché viaggia in controtendenza: il food, l’industria agroalimentare, con il corollario della ristorazione ed anche del suo sottoinsieme, il food-delivery. La forza del cibo italiano non richiede descrizioni: la conoscono tutti. Il fenomeno, però – come ben sottolinea Roberta Schira, una delle critiche gastronomiche più quotate non solo d’Italia che inizia la sua collaborazione con Economy – richiama alla mente sinistri ricordi, quelli di tutte le altre epoche storiche di decadenza valoriale nelle quali la cultura di interi popoli è sembrata focalizzarsi più che mai sul cibo. Rispetto a tanti altri piaceri costa meno, garantisce soddisfazione e gusto immediati, è perfettamente reversibile (“oggi ho mangiato molto, domani risparmio e faccio dieta!”) e non implica continuità di spesa: “oggi godiamocela, a domani penseremo domani”.

Delegittimare l’avversario mina il principio dell’alternanza

Ma al netto del valore economico positivo che questo fenomeno regala al Pil nazionale, perché “non ci resta che mangiare” è e dovrebbe restare soltanto un titolo scherzoso, o almeno che spera di risultare tale? Perché denota la mancanza persistente di quella fiducia nel futuro che è stata invece la vera benzina di un popolo come il nostro, letteralmente costruitosi  con le sue mani il suo benessere, non avendo all’attivo un’industria estrattiva degna di questo nome ma solo industrie manifatturiere, di trasformazione, e un turismo vivaci.

Ma con chi dobbiamo prendercela se oggi invece c’è tanta sfiducia in giro? E se davvero sembra che non ci resti che mangiare? Con noi stessi. Con noi come popolo elettore e come popolo contribuente. Indotti da quell’illusione ottica che si chiama bipolarismo a schierarci drasticamente o di qua o di là – e fin qui passi – ma anche ad esprimere questo schieramento come se fossimo in curva allo stadio, ad aggredire e denigrare chi non la pensa come noi. Alimentando un clima livido di insulti e scontri incrociati. Un clima di delegittimazione dell’avversario, che mina alla base il principio dell’“alternanza condivisa” su cui si basano i sistemi bipolari efficienti nel mondo. Per cui, quando governano “i nostri” bisogna approfittarne, e quando governano gli altri si salvi chi può.

Come avere fiducia nel futuro, con simili premesse? Ma se non si ha fiducia nel futuro, come si può pensare ad investire? «Il vero motore dei consumi, – diceva il padre del “new deal” John Maynard Keynes - risiede nella fiducia prima ancora che nei tassi. Se la fiducia viene meno, nemmeno tassi di interesse nulli o un aumento della base monetaria possono far ripartire i consumi». Ripartiamo dalla fiducia in quel che sappiamo fare. Tutti insieme, anche con quelli che non la pensano come noi.

E ADESSO PROVIAMO A VIAGGIARE UN PO’ DI PIÙ CON ALITALIA

Dice: “Ci è già costata 8 miliardi, basta col salasso”. Vero: Alitalia è stata un buco senza fondo, per le casse dello Stato. Tuttavia chi tra noi, avendolo sotto il suo polpastrello, si sentirebbe di premere il bottone che deciderebbe il fallimento di quel che è ancora e pur sempre la nostra “compagnia di bandiera”? Il lungo commissariamento non è bastato a riportare in attivo l’azienda, ma senza dubbio ha ridotto drasticamente le perdite e l’ha ricollocata ai vertici di tutte le classifiche per puntualità e qualità del servizio, Una compagnia aerea capace di rappresentare il suo Paese nel mondo e sostenere i flussi turistici in entrata è parte integrante, ad esempio con Lufthansa, del modello vincente dell’economia tedesca. Si straccino pure le vesti i liberisti duri e puri, la frittata Alitalia è fatta, quest’ultimo giro di giostra sembra partire con premesse migliori che in passato.
Crediamoci un po’ anche noi e, quando possibile, a parità di condizioni, voliamo Alitalia. Non c’è niente di male, anzi. (s.l.)

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