L'ultracasta delle toghe è parte del dramma Italia, non ne è la soluzione

Le inchieste sui giochi di potere - se non peggio - all'interno della magistratura conferma l'ovvio, che cioè una categoria auto-gestita, immune da qualsiasi misura meritocratica e carica di un potere individuale enorme non poteva che generare corruzione e vizi di potere, come la politica se non peggio. L'equivoco giustizialista dei forcaioli convinti che un Pm ci salverà va archiviato. Ma all'Italia non restano riscosse possibili.

Sergio Luciano
L'ultracasta delle toghe è parte del dramma Italia, non ne è la soluzione

C’è qualcosa di sinistramente salutare nel maremoto di disgusto che sta montando contro quei protagonisti della magistratura che le inchieste stanno rivelando all’opinione pubblica per quello che sono: un gruppuscolo di maneggioni tesi soltanto al potere, al sottopotere e ai meschini affarucci che gliene derivavano.
E’ sinistramente salutare accorgersi che la magistratura – naturalmente nelle sue parti malsane, che sono però o sono state ai vertici – è parte integrante del problema Italia. Come pensare che possa esserne la soluzione?
Il mito del demiurgo giustizialista che scorrazza per l’Italia da 27 anni, dal disastro di Tangentopoli in poi, nel colpire giustamente un male sociale acuto non ha fatto che ampliarlo e cronicizzarlo.
La politica si è comportata come peggio non avrebbe dovuto, e questa è una responsabilità morale gravissima, in particolare del Pd e di quel che è stato nei suoi ultimi tre decenni, imitata poi dai Cinquestelle: coinvolti fino al collo come gli altri partiti ovunque abbiano avuto potere nel vizio corruttivo, hanno ritenuto però di poter trarre dalla melma della corruzione un vantaggio forte sul mercato del consenso accreditandosi come forze politiche immacolate; e dunque anziché collaborare con le inchieste come dovere civile impone ma, insieme, presidiare i diritti di autonomia della politica contro le incursioni indiscriminate della magistratura, hanno lasciato che le toghe acquisissero quel che in fondo oggi hanno, cioè un indiscusso e indiscriminato diritto al discredito, diritto alle condanne reputazionali che stroncano la carriera di qualsiasi politico (e spesso la vita economica di fior di imprenditori, dirigenti o professionisti) salvo poi tardivamente e inutilmente riabilitarli ad assoluzioni o archiviazioni intervenute.
L’indecente sbraco della politica nei confronti delle toghe promosso dalla sinistra nell’illusione di trarne vantaggio (che pure ne ha tratto, in parte) e la contestuale egoriferita, discreditata e impotente strategia di contrasto dei diritti della magistratura messa in atto da Berlusconi, restituisce oggi al Paese la situazione che finalmente salta agli occhi: quella di un’”Ultracasta”, come felicemente la definì il magistrale saggio di un bravissimo e compianto giornalista, Stefano Liviadotti, un’ultracasta impunita e impunibile, autoreferenziale, dedita in una quantità di casi purtroppo imponente al sottopotere, all’intrallazzo e nella migliore delle ipotesi all’inazione parassitaria, indifferente allo scandalo dei tempi infiniti dei processi, dell’inefficacia delle misure cautelari, dell’insicurezza in cui viene lasciato il Paese.
Questo nulla toglie ai meriti delle migliaia di magistrati che compiono il loro dovere a volte perfino eroicamente. Eppure anche tra questi ultimi serpeggia spesso il retropensiero che sia meglio una magistratura inquinata ma autonoma che una magistratura più limpida ma regolata da vincoli di efficienza e di trasparenza che possano limitarne la discrezionalità. Altrimenti, che casta sarebbe?
E dunque stiamo scoprendo oggi cosa facevano, anzichè lavorare onestamente, i massimi rappresentanti della categoria giudiziaria: negoziavano poltrone di potere con la politica e con qualche politiconzolo in particolare, in cambio – evidentemente – di decisioni inquinate. Uno schifo senza fine.
Il partito dei fessi ostinati, convinto di avere le toghe dalla propria parte e di potersi affermare grazie a questo, resisterà anche al maremoto in corso. Ma a questo punto si qualifica da solo per quel che è.
La domanda drammatica che resta è però: con una politica inqualificabile e incompetente e una magistratura che, dietro il sussiego istituzionale, è altrettanto inquinata, da dove ripartiremo? La risposta è chiara: non ripartiremo. Nel senso che non ci siamo mai fermati, e siamo sempre andati avanti a prescindere da questo schifo. Ma certo, riscattarci è di fatto impossibile.
A questa Italia reale che indomabilmente procede pur nella melma, guarda con appetito il mondo. Appetito, perché gli italiani più bravi sono quelli che espatriano o vendono le loro aziende all’estero. Così è stato, così sarà. Se non verrà la Trojka com’è venuta in Grecia – ed è molto probabile che verrà – saremo noi come individui e come imprese a cercarcela fuori confine, a cercarci la nostra Trojka personale, cioè quel contesto severo ma efficiente che né i partiti politici né le correnti della magistratura potranno più ricostruire in Italia.
 
(nella foto Luca Palamara con Maria Elena Boschi)
 

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