L'Albania chiama, le imprese rispondono

Intervista al primo ministro Edi Rama

Marco Gemelli
L'Albania chiama, le imprese rispondono

È la stessa aquila bicipite che troneggia sulla sua bandiera a evocare per certi versi il bivio davanti al quale si trova l’Albania di oggi: da una parte l’arretratezza infrastrutturale che può consegnare il Paese nelle mani di speculatori locali e internazionali allontanandolo dai vantaggi economici e politici dell’Europa – così vicina e al tempo stesso così lontana – e dall’altro un “rinascimento” nazionale che promette di trasformare paesi e città grazie a una politica che il primo ministro Edi Rama ha definito di “agopuntura urbana”. Il governo sta attuando un mix di interventi mirati sulla sostenibilità ambientale, sull’edilizia e sulle infrastrutture che, insieme a politiche fiscali decisamente vantaggiose per gli investitori esteri, punta a rendere l’Albania uno dei Paesi del Vecchio Continente cui guardare con maggiore attenzione. E la cura sembra dare i primi risultati, se è vero che anche importanti catene alberghiere – da Merriott a Hyatt, per citarne un paio – stanno cominciando a pianificare uno sbarco a Tirana, forti di una tassazione decennale pari a zero per chi costruisce hotel a 5 stelle, più un’Iva ferma al 6%. “In fondo l’Albania contemporanea – spiega il primo ministro, Edi Rama – è simile all’Italia dei vostri nonni, fatta di luoghi ancora ‘innocenti’ che iniziano a guardare al futuro. Soffriamo oggi, come accadde a suo tempo dall’altra parte dell’Adriatico, gli effetti di una scarsa lungimiranza dopo la chiusura imposta dal regime di Hoxha: eravamo la Corea del Nord dell’Europa, ci sentivamo circondati da est e da ovest, poi all’improvviso è arrivata la libertà. Abbiamo perso anni interi per cercare di capire come attuare uno sviluppo razionale del territorio, ma adesso attraversiamo una fase di grande interesse sia per gli investitori stranieri sia per i turisti”. Su quest’ultimo fronte diversi Paesi stanno aumentando la frequenza dei voli verso l’Albania, e i visitatori sono passati da tre a sei milioni di presenze in cinque anni, provenienti soprattutto dal centro e nord Europa, dal medio oriente, nonché da Svizzera, Polonia e Repubblica Ceca, oltre naturalmente all’Italia. L’obiettivo dichiarato del governo albanese è di raggiungere i 10 milioni di turisti entro i prossimi cinque anni. Ma è sul fronte imprenditoriale che l’Albania riserva le maggiori chance di investimento: nel Paese esiste una flat tax per le piccole e medie imprese che prevede un decennio a zero tasse per fatturati fino a 50mila euro (restano in piedi solo i contributi sociali) e del 15% fino a 140mila euro. Una prospettiva che può interessare gli imprenditori italiani, che al momento rappresentano una percentuale ancora non maggioritaria dei circa 200mila nostri connazionali che - tra studenti, lavoratori e pensionati – risiedono nel Paese delle aquile. Del resto, una buona fetta di albanesi parla italiano e i modi di raggiungere l’Albania non mancano, dall’aereo (sono attivi collegamenti da oltre trenta scali italiani) alla nave, dove le tratte più frequentate sono da Bari o da Ancona con compagnie sia straniere che italiane come la Adria Ferries. Anche alla luce di una storica attenzione dell’Albania verso il nostro Paese, l’Italia si conferma il primo partner strategico per investimenti sul territorio: sarebbe però una semplificazione eccessiva pensare che al di là dell’Adriatico si trovi un Eldorado che aspetta solo di essere scoperto. Lo conferma lo stesso premier Rama: “Nel processo di modernizzazione dell’Albania ci sono errori da evitare, ne siamo consapevoli – spiega il capo dl governo di Tirana, citando il diffuso abusivismo edilizio – ma in fondo sono gli stessi sbagli che sono stati compiuti in Italia quando i governi hanno tentato di migliorare le condizioni di alcune regioni del sud”. Infine, è proprio in chiave di un possibile futuro ingresso a Bruxelles che Rama si dice preoccupato dalle ondate sovraniste che vorrebbero delegittimare il ruolo dell’Unione: “Chi sostiene il disamore verso l’Europa – sostiene – non ha mai visto la guerra, che per l’Italia di oggi è sempre più associata alle immagini dell’Istituto Luce. Io avevo 30 anni quando lungo le strade del mio Paese la gente abbandonava i morti per strada per cercare di attraversare il confine. Si pensa che la guerra non sia più un problema, ma senza un’Europa unita i conflitti armati possono tornare ad essere una possibilità”. Ecco perché per l’Albania di oggi, a un bivio tra la modernità e l’arretratezza, essere appetibili per gli investitori europei è una priorità assoluta.

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