Paul Picot, intervista a Franco Boiocchi

Il responsabile marketing e consulente di stile di Paul Picot racconta visione e strategie del giovane marchio svizzero dall’anima italiana

Davide Passoni

«Picot! Chi era costui?» Ci siamo permessi di prendere in prestito il famoso incipit dell’ottavo capitolo de “I Promessi Sposi” perché da “costui”, un artigiano orologiaio del XVIII secolo che era solito realizzare a mano pezzi estremamente personalizzati, viene il nome di Paul Picot, la Maison fondata nel 1976 da Mario Boiocchi (tuttora alla guida) e basata a Le Noirmont, nel Giura svizzero. Un marchio che della personalizzazione e dell’unicità dei suoi orologi ha fatto una bandiera, che ha consolidato la sua fama su segnatempo caratteristici e riconoscibili, ma che non ha intenzione di dormire sugli allori. Lo conferma Franco Boiocchi, responsabile marketing e consulente di stile di Paul Picot: «Il nostro trend si è indirizzato nel consolidare le collezioni storiche, che diventano così dei trademark del brand. Alcune nascevano già con questo carattere unico e tipico, con dettagli estetici molto marcati come nel caso del Plongeur. In altre, invece, le caratteristiche erano più nel dettaglio del movimento o della cassa; del resto, Paul Picot ha sempre avuto come payoff “Noblesse du detail”, che significa la ricerca del dettaglio innovativo, inaspettato e originale. Infine, un ulteriore motivo che ci ha spinti a consolidare la decisione di sviluppare le collezioni identificative del marchio è lo sviluppo digitale, che ha condizionato le scelte del pubblico e dei consumatori.
 
Si spieghi…
Le nuove generazioni sono più veloci, hanno bisogno di input emozionali e immediati. Ogni marchio ha le sue icone che il consumatore recepisce subito, senza tante spiegazioni sul prodotto come si faceva una volta. Paul Picot non ha prodotti più famosi del marchio stesso, come hanno alcuni brand, ma è conosciuto per essere un marchio molto legato a una produzione influenzata in maniera determinante dalla richiesta dei nostri utenti principali, che sono il nostro dettagliante, l’agente, che hanno il polso della situazione del mercato e dei clienti finali. Del resto siamo un’azienda che ha ancora dimensioni non paragonabili a quelle dei grandi gruppi.
 
Questo aiuta?
Sì, è una nostra carta vincente, specialmente per soddisfare le richieste più inaspettate che arrivano da un target alto. Se la nostra produzione è “stagionale”, ossia sviluppata sugli input che ci arrivano dai concessionari, c’è però anche il cliente di fascia molto alta che può chiedere e avere il suo pezzo unico. Orologi che costano decine di migliaia di euro, richiesti anche grazie allo stimolo dei concessionari che illustrano ai clienti questa opportunità. Essere piccoli aiuta molto in questo segmento di mercato che sta diventando sempre più interessante, come dimostra l’attenzione alla personalizzazione sempre più forte anche da parte dei grandi marchi.
 
Il cliente Paul Picot è esclusivo o ha una collezione in cui inserisce anche un pezzo dei vostri, perché gli riconosce un certo valore?
Sono sicuro che prima di arrivare a spendere qualche decina di migliaia di euro per un Paul Picot dell’alto di gamma, questo cliente ha già almeno una decina di orologi di pregio. Ci sono però sorprese, soprattutto nel target giovane; non è vero che i ragazzi non hanno interesse per il mondo orologiero o che sono monotematici sui brand. Scopro che ci sono anche appassionati che trovano in Paul Picot prodotti alternativi che comprano anche come primo orologio e lo apprezzano molto, forse anche in virtù della età relativamente giovane del marchio.
 
Non solo smartwatch, insomma…
Sono convinto che l’avvento degli smartwatch sia positivo; se può aver tolto una fetta di clientela a una fascia di prodotto più economica, ha però avvicinato il pubblico all’oggetto da polso. Se tra le tante passioni di chi usa questi orologi c’è anche quella per la meccanica e l’accessorio da uomo, il passo dallo smartwatch al segnatempo tradizionale di qualità è breve.
 
Nei vostri pezzi di alta orologeria c’è la voglia di interpretare il tempo in maniera personale?
Sì, e abbiamo creato una nostra nicchia chiamata “Metiers d’art” che si distingue perché realizza orologi con altissimi dettagli tecnici ed estetici a prezzi interessanti. Un esempio è il Megarotor Gmt Grand Feu con mappamondo in smalto grand feu su quadrante d’oro o d’argento, di altissimo pregio; un orologio così a 10mila euro è uno degli oggetti più economici sul mercato nel settore degli smalti grand feu.
 
Parliamo di estetica, quindi. E la parte tecnica?
Aggiungo una riflessione. Quando abbiamo creato il Technicum negli Anni ’90, quello è stato il primo crono rattrapante con riserva di carica e ha avuto moltissimi riconoscimenti. Oggi gli orologi pluricomplicati sono talmente sofisticati che sono appannaggio di grandissimi marchi e noi andremmo fuori tema se riproponessimo pezzi del genere: non abbiamo le possibilità e forse nemmeno la legittimità per farlo, oggi. Non avrebbe senso per Paul Picot avere in catalogo orologi simili. Invece, il nostro quadrante flinqué fatto a mano ha una sua ragion d’essere, perché sul mercato è più facile trovare venti guilloché che un flinqué fatto a mano. Ecco, io considero quello un dettaglio tecnico e di tradizione che interpreta nel modo giusto per il marchio il tempo, legato all’evoluzione della tradizione: vogliamo conservare l’arte del dettaglio nell’orologio fino a che avremo la possibilità di trovare maestranze in grado di garantirla.
 
Com’è fare business in Italia, oggi, per un’azienda come la vostra?
Penso che distribuire un marchio come Paul Picot in una situazione complessa come l’attuale non sia molto differente in Italia rispetto ad altri Paesi d’Europa. Ritengo però che l’Italia abbia dalla sua un bacino di utenza privilegiato per l’orologeria. Inoltre, sono convinto che se si lavora con passione, emozione e sentimento legato all’oggetto che si produce, difficoltà e complicazioni si possano scavalcare.
 
I mercati più soddisfacenti per voi?
Abbiamo due estremi. Uno è quello italiano, da cui nasce la nostra storicità e che è prioritario sotto tutti i punti di vista. L’altro è quello cinese, per motivi totalmente opposti. È cresciuto in maniera incredibile negli ultimi 10 anni e là abbiamo un partner con cui c’è un’ottima intesa e che lavora in maniera opposta alla nostra. È una società di web marketing molto performante, che opera nel mercato più importante del mondo. Determinante in tutti i Paesi è la gestione della distribuzione; se un tempo alcuni mercati potevano avere centinaia di negozi, oggi non ha più senso perché l’e-commerce, dei retailer e dei brand, ha cambiato le regole. Il mondo si è rimpicciolito e bisogna agire di conseguenza.
 
Paul Picot è un’azienda relativamente giovane: che cosa vuole fare da grande?
Girerei la domanda a mio padre, che è una persona ancora giovanissima dentro e ha il controllo dell’azienda e delle sue dinamiche a breve e medio termine. Nella mia visione, penso che Paul Picot abbia ottime potenzialità se coltiva gli elementi di finezza ed esclusività estetica che alcuni modelli negli anni le hanno dato e che ancora portano tanto fatturato e awareness. Prevedrei una produzione più concentrata sui modelli già famosi, mantenendo la collezione Atelier per creare oggetti unici e su richiesta. Il mercato deve ancora incanalarsi nella nuova era; il 2020, Covid a parte, è l’anno di svolta con la rivoluzione delle fiere di Ginevra e il collasso  di Baselworld: fare previsioni a un lungo termine può essere azzardato.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400