La signora della bella orologeria

Guidare la filiale di una delle Maison più prestigiose è una responsabilità per la quale servono decisione, sensibilità e quel tocco che solo le manager in rosa hanno. Come dimostra Laura Gervasoni, direttore generale di Patek Philippe Italia

Davide Passoni
La signora della bella orologeria

Laura Gervasoni è da vent'anni alla guida della filiale italiana di Patek Philippe

«Penso che per il nostro marchio il 2020 sarà un buon anno, così come è stato il 2019. La società ci chiede e ci chiederà ancora di lavorare sulla qualità del cliente finale: vendere meno, se serve, ma vendere meglio. Non abbiamo obiettivi quantitativi, è la società che stabilisce quanti orologi arriveranno in Italia e da lì discende il fatturato: quello che conta per noi è la qualità di chi acquista Patek Philippe. Un cliente locale fedele è una garanzia per il futuro, un cliente di passaggio oggi c’è e domani non c’è più». Laura Gervasoni, direttore generale di Patek Philippe Italia, è una delle manager più influenti nel settore italiano dell’orologeria, una donna che sa dare il giusto valore al suo tempo, sul lavoro e nella vita privata. Da vent’anni nell’azienda ginevrina, guida la filiale italiana con equilibrio e fa valere la sua esperienza dirigenziale in un mondo che è maschile per definizione. E non è l’unica a farlo.
 
Nel campo dell’orologeria, sia in Italia sia nel mondo, vi sono molte donne in posizioni chiave. Che cosa portate in più rispetto all’uomo, in termini di capacità organizzative e managerialità?
Mi rendo conto di essere un po’ provocatoria, ma direi maggiore chiarezza. Dal mio punto di vista, per le donne le questioni sul lavoro si declinano sempre in “bianco o nero”, “sì o no”, mentre di solito l’uomo è portato a essere meno decisionista, si lascia più spesso andare al “vedremo”, “parliamone”. Noi donne siamo inclini a dare subito delle risposte chiare sulla fattibilità di un progetto. Naturalmente non credo che una donna sia scelta per ricoprire una posizione chiave solo per questa sua capacità, ma magari perché, come nel mio caso, ha compiuto un proprio percorso all’interno dell’azienda, è cresciuta, è stata apprezzata dalla proprietà che le ha dato le giuste opportunità. Credo che il motore primo sia proprio l’apprezzamento verso la persona; in altri settori, quando si libera un posto manageriale noto ancora una certa diffidenza verso le donne e vedo la tendenza a privilegiare candidati uomini, mentre nel nostro mondo noto una maggiore facilità a prendere in considerazione figure femminili.
 
Una diffidenza che porta le donne a fare il doppio della fatica, anche se ciò fa emergere ancora più forte la loro determinazione.
Assolutamente sì. Lo vediamo anche dalle cifre, che ci dicono come le donne in ruoli manageriali siano nettamente meno degli uomini. Penso che noi dobbiamo dimostrare sempre di più e fare sempre di più rispetto all’uomo.
 
È stata l’orologeria a scegliere lei o viceversa?
Difficile dirlo. Forse è stata una scelta reciproca. Io arrivo dal mondo della pubblicità e avevo nel mio portafoglio clienti anche Patek Philippe. Spesso mi recavo in Svizzera per presentare le testate di cui mi occupavo e così ho avuto modo di entrare in contatto con la direzione del brand e con la famiglia Stern, che lo possiede. Ho avuto modo di essere vista sotto una luce diversa, che non fosse solo quella della venditrice di spazi pubblicitari, partecipando a eventi organizzati direttamente dalla casa madre svizzera. C’è stato un momento in cui la proprietà cercava un responsabile per le pubbliche relazioni in Italia e io mi sono proposta, lasciando la famiglia Stern stupita perché non pensava che potessi essere interessata alla posizione. Così si è chiuso il cerchio. Era il 1999, ormai vent’anni fa.
 
Che cosa la affascina, come manager, nel mondo dell’orologeria? Quali sono le sfide più stimolanti?
L’attività in una filiale è davvero molto varia. Si va dalla gestione delle risorse umane a quella finanziaria, al lavoro sul prodotto. È una sfida quotidiana in diversi settori, non ci si concentra solo sulle vendite, sugli aspetti commerciali o di marketing o sulla gestione degli eventi. C’è davvero di tutto e tutto deve funzionare al meglio. Il fatto che questo lavoro sia una sfida continua mi dà sempre nuovi stimoli. E poi io sono una perfezionista, anche se credo che non arriverò mai alla perfezione. Sono però sono convinta che si possa sempre far meglio, nell’orologeria come in tutti i campi.
 
Tra i grandi dell’orologeria, Patek Philippe è una delle ultime realtà orgogliosamente familiari e orgogliosamente indipendenti: che cosa serve per poter entrare in empatia con una famiglia e un’azienda così?
La famiglia Stern è composta da persone molto semplici, alla mano. Sono svizzeri calvinisti, quindi con una forte etica del lavoro, non è difficile collaborare con loro; danno tutta la loro fiducia, ma bisogna essere in grado di mantenerla, non travalicando limiti e dettami. Credo che anche i miei collaboratori possano testimoniare questo loro approccio molto diretto e amichevole. È chiaro poi che un rapporto empatico non si può creare con chiunque: come noi tutti, anch’essi avranno alcune preferenze, ma essendo la loro una struttura aziendale molto semplice a livello dirigenziale, ci conosciamo tutti da molto tempo ed è inevitabile che i rapporti tra noi siano aperti.
 
In effetti, pur non essendo noi italiani calvinisti, siamo comunque dei grandi lavoratori.
Condivido in pieno. Non voglio sembrare presuntuosa, ma in tutti i settori della filiale italiana abbiamo un livello di produttività molto più elevato rispetto ad altre filiali, dove magari lavora più personale.
 
A proposito di filiale, com’è posizionata l’Italia per Patek Philippe?
Rimane un mercato molto importante a livello europeo. Siamo superati in termini di quantità da Paesi come Germania e Svizzera, ma è nell’ordine delle cose dato il numero di concessioni che hanno e l’importanza delle loro città. Noi rimaniamo comunque un mercato chiave. Il lavoro che ci viene chiesto in questi ultimi anni è quello di cercare di vendere soprattutto ai clienti locali, meno al turista di passaggio.
 
E quindi il ruolo dei retailer diventa sempre più importante?
Certamente. Investiamo molto nella formazione degli addetti alla vendita, con corsi articolati e complessi che li preparano nel migliore dei modi al rapporto con il cliente e con il prodotto. E non si focalizzano su quest’ultimo, ma anche sulla storia, sulla filosofia del marchio, sulla strategia. La vendita di un Patek Philippe non deve limitarsi a consegnare un orologio a un cliente, ma quell’orologio deve essere spiegato raccontando tutto il mondo che gli sta dietro. Oltre a un oggetto si vendono una storia, un’emozione, che vengono da un’azienda con 180 anni di storia.
 
Negli Anni ’50 e ‘60 l’Italia era un faro per il gusto e per il mercato dell’orologeria. Oggi questo gusto e questa sensibilità tecnica ed estetica sopravvivono ancora?
Un po’ forse sì, perché anche i turisti osservano che cosa indossano al polso gli italiani, ma penso che in generale il gusto si sia globalizzato. Anche nel nostro caso, certe referenze vengono richieste in tutti i Paesi, soprattutto grazie a internet e a una comunicazione che si è anch’essa estremamente globalizzata: girano immagini, oggetti che fanno tendenza e ormai non è più un solo Paese che detta la moda. Ma come stile, l’Italia rimane unica.
 
Il claim delle vostre campagne “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda” è davvero così unico?
Direi di sì, e lo dimostra l’apprezzamento per i Patek Philippe d’epoca. Con un pezzo vintage non ci si sente mai fuori posto, si sente di possedere un oggetto bellissimo, di valore importante. Tramandare significa acquistare un oggetto che non segue le mode ma che è destinato a durare nel tempo.
 
L’allure del vostro marchio sta anche nel fatto che su quasi tutte le referenze bisogna saper attendere: sarà sempre così?
Sì. La filosofia del marchio è sempre quella di produrre orologi eccelsi, mettendo in subordine la quantità. Per quanto riguarda i volumi, siamo attestati da qualche anno intorno ai 60mila pezzi annui per tutto il mondo e si vuole continuare su questi numeri anche in futuro, con oscillazioni fisiologiche ma minime di anno in anno. Il tutto a salvaguardia della rarità e dell’esclusività.
 
E quando esce dal suo ufficio, che persona diventa Laura Gervasoni?
Metto le scarpe da ginnastica, corro a prendere mia figlia a scuola o nelle sue varie attività: comincio un altro lavoro, a tutti gli effetti. Del resto, la managerialità consiste anche nel saper organizzare la propria vita privata: con un po’ di aiuto, anche nella gestione della famiglia è fondamentale l’organizzazione.
 
Se non ricordo male, in una intervista di qualche anno fa aveva confessato che il lavoro dei suoi sogni sarebbe stato la guida turistica.
Confermo. Adoro viaggiare e dopo alcuni anni di pausa, ora che mia figlia è cresciuta ho ricominciato a fare qualche viaggio insieme a lei e ne sono molto contenta. Viaggiare significa anche prendersi del tempo per vedere e capire.
 
Cosa che, con i viaggi di lavoro, diventa piuttosto complicata.
In effetti, durante i viaggi di lavoro i momenti di scoperta sono molto limitati. È vero che, partecipando agli eventi del marchio, vediamo posti bellissimi, soprattutto in Italia e in Svizzera, ma quando si è via per lavoro è molto difficile abbinare impegni e turismo, a partire dalla preparazione della valigia.
 
Che consiglio darebbe, come donna e come manager, a una ragazza che vuole intraprendere una carriera come la sua, non solo nel mondo dell’orologeria?
Intanto, quello di acquisire una preparazione completa, specialmente in ambito scolastico e universitario. Poi, ricordarsi che si possono avere tutte le lauree e i master del mondo, ma se non si afferra quel treno che passa al momento giusto, difficilmente si raggiungono determinate posizioni. Ormai anche una buona preparazione non è più garanzia di un futuro lavorativo brillante. Io penso sempre che accontentarsi premia: non serve avere una smania forsennata di fare carriera, perché alcune volte troppa ambizione diventa frustrazione se non si raggiungono gli obiettivi prefissati. Inoltre, mai farsi limitare dal fatto di essere una donna, mai comportarsi come un uomo né farsi frenare dalla gestione dei tempi, dei figli, della casa: si trova una soluzione a tutto. Porto come esempio il caso della nostra filiale degli Stati Uniti, la cui attuale responsabile è una donna che ha compiuto tutto il suo percorso interno all’azienda. Quando era responsabile commerciale si poneva il problema se fare un figlio o meno, io la rincuoravo dicendo che si trova sempre una soluzione a tutto: una volta diventata mamma mi ha ricordato questo mio incoraggiamento che l’ha spinta a non mollare, fino a che è diventata direttore dell’intera filiale.
 
Si vedrebbe in un altro contesto che non sia quello dell’orologeria?
Io mi vedo bene qui, in questo contesto e soprattutto in questa azienda, con il mio ruolo. Forse non mi vedrei in un’altra società del settore orologiero, perché di Patek Philippe sposo la strategia e la filosofia. Ecco, magari in alternativa mi vedrei come guida turistica.
 
Quanti Patek Philippe possiede?
Purtroppo non tanti, perché anche noi dipendenti abbiamo un limite negli acquisti e soprattutto nelle referenze che possiamo acquistare.

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