Orologi svizzeri, il Coronavirus contagia l'export

A marzo giù di oltre un quinto in valore e di quasi la metà in volumi: gli orologi svizzeri soffrono il Covid-19

Davide Passoni
Orologi svizzeri, il Coronavirus contagia l'export

L'export di orologi svizzero si ammoscia come i segnatempo di Dalì

Anche il settore del lusso e dell’orologeria, come è comprensibile, sconta le pesanti ripercussioni della pandemia da Covid-19. Ne sanno qualcosa in Svizzera, dove l’industria delle lancette, per quanto non in ginocchio, non passa anch’essa un grandissimo momento. Quando non sono ancora chiuse, le manifatture orologiere lavorano, se va bene, al 50% della loro capacità produttiva effettiva (è il caso di IWC), che produce però per un mercato al momento bloccato, a causa della chiusura dei retailer locali.
 
L’e-commerce, almeno per buona parte dei marchi dell’alto di gamma, è ancora un terreno inesplorato, principalmente per evitare di cannibalizzare la rete dei concessionari (e di sconti, per l’online, non se ne parla proprio); non stupisce quindi che nel mese di marzo le esportazioni di orologi rossocrociate abbiano subito un mezzo tracollo.
 
I dati diffusi dalla Fédération de l'industrie horlogère suisse indicano un calo drastico dell’export lo scorso mese, del -21,9% in valore (a 1,4 miliardi di franchi) e del più preoccupante -43,1% in volumi. E la federazione dell’orologeria elvetica predice un'ulteriore flessione delle esportazioni per il mese di aprile. Anche se molto marcato, il calo è stato comunque inferiore a quello delle vendite in alcuni dei principali mercati. Il tonfo dei volumi è comunque più rappresentativo - in media - dello stato reale del mercato dell'orologeria.
 
Mentre gli orologi della fascia prezzo di oltre 3.000 franchi hanno tenuto leggermente meglio rispetto agli altri, tutti i segnatempo delle altre fasce prezzo hanno registrato forti cali sia nel numero di orologi esportati, sia nel loro valore.
 
La maggior parte dei mercati è diminuita in modo significativo, con l'Italia, ad esempio, che ha visto precipitare il dato di quasi il 60% (-57,6%). Contrariamente a tutte le aspettative, tuttavia, alcuni mercati leader hanno visto un aumento significativo e persino un'accelerazione della loro crescita. Gli Stati Uniti (+20,9%) sono stati l'esempio più eclatante, ma anche la Cina con un +10,5%, ha registrato una solida crescita dopo essere calata della metà a febbraio, probabilmente in previsione della fine della crisi da Coronavirus e andando di pari passo con un la ripresa dei consumi interni.

Non solo export. Un sistema in sofferenza

Di sicuro, il 2020 sarà ricordato come un annus horribilis per l’orologeria svizzera, se non altro per la molteplicità di shock subiti, partendo dalla rivoluzione delle fiere e dalla morte, nei fatti, della principale di esse, Baselworld. Dopo l’addio di Rolex, Patek Philippe, dei marchi del gruppo LVMH e di altri brand dell’alto di gamma, che hanno fatto rotta su Ginevra, in un appuntamento parallelo e gemello del salone del gruppo Richemont, MCH Group, che organizza la fiera di Basilea, fa i conti con una situazione difficile.
 
Il gruppo prevede infatti un calo del fatturato nell'ordine di 130-170 milioni di franchi per il 2020. Una situazione figlia non solo della mazzata di Baselworld, ma anche del ridimensionamento della crescita del segmento arte (MCH è proprietaria del marchio Art Basel) e di un calendario fieristico indebolito dalla cancellazione di molti eventi, a causa della pandemia di Covid-19. Anche in seguito a queste difficoltà e alla necessità di ridurre i costi e razionalizzare il business, MCH ha licenziato 150 dipendenti della divisione live marketing MC2 , pari a circa il 42% della divisione.

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