Si può cambiare la Fornero senza toccare la gestione separata?

La "gallina dalle uova d'oro" sta reggendo da sola il sistema. Ma ora una riforma delle pensioni potrebbe essere un danno gravissimo. A meno che...

Di Angelo Deiana
Luigi  Di Maio di M5S

Il tema delle pensioni è un tema cruciale, strategico. Rilanciare il Paese vuol dire avere a cuore l’orizzonte dei nostri figli e delle nostre famiglie. Anche perché è molto più facile difendere i diritti delle generazioni viventi rispetto a quelli delle generazioni future, non fosse altro che non essendo ancora in vita (o essendo molto piccole), queste ultime non possono far sentire la loro voce con i sistemi elettivi.

Un parametro di equità da non dimenticare mai perché gran parte del nostro sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita, e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un equilibrio intergenerazionale che, nel nuovo mondo che stiamo affrontando, non sembra reggere più nel nostro Paese.

Senza dimenticare che la spesa per l’assistenza erogata dall’INPS (fra i 100 e i 120 miliardi all’anno, dipende dal reddito di cittadinanza) ha una prestazione su due di quelle erogate tra pensioni di invalidità, cassa integrazione indennità varie non ha coperture, ed è sempre a carico della fiscalità generale. E fa riferimento a logiche solidaristiche che, per quanto nobili, giuste o doverose che siano, nulla hanno a che fare con la natura previdenziale dell’attività dell’INPS.

Perché allora non separare la previdenza dall’assistenza? Chi si oppone vuole mantenere la confusione tra prestazioni pensionistiche (coperte dai contributi) e prestazioni assistenziali (non coperte). Un esempio per tutti? Le pensioni di invalidità, spesso erogate con leggerezza al Sud come al Nord. E tutte a carico nostro. 

Anche perché quella delle pensioni è una sfida incerta. Le pensioni erogate dall’Inps con esclusione del settore pubblico e di quello dello spettacolo erano a fine 2017 nel complesso 17,88 milioni per una spesa di 200,5 miliardi di euro (+1,57% sul 2016). Ovvero il motivo per cui la quota di trasferimenti dal bilancio dello Stato all’INPS è in crescendo da anni, e contribuisce ad una spesa complessiva dell’INPS stesso di circa 285 miliardi di euro nel 2017. 

Già possiamo capire una cosa semplice, da prima elementare. Spesa totale 285 miliardi. Spesa per assistenza, ad oggi, tra 90 e 100 miliardi. Spesa per pensioni circa 200. Copertura delle gestioni previdenziali: circa 180, Differenza annua a carico della fiscalità generale (le tasse) circa 90/100 miliardi. Differenza sulle pensioni tra quanto si incassa e quanto si paga 20 miliardi di euro, largo circa. Una cifra che non cambierebbe se fosse di 4 o 10 miliardi in più o in meno perché sarebbe comunque un’enormità rispetto, ad esempio, a cifre di cui si parla sempre quali i 280 milioni dei vitalizi dei parlamentari.

Da cosa deriva questa ammanco? Deriva dalle perdite che tutte le gestioni previdenziali (escluse la gestione dei dipendenti e la gestione separata) generano annualmente. Un dato che, come ci conferma la stessa INPS, non comprende i trattamenti ex INPDAP (i dipendenti pubblici) ed ENPALS (i lavoratori dello spettacolo). Ecco, intanto, una parte importante del buco. Sappiamo da tempo che lo Stato non pagava pro-tempore i contributi previdenziali dei dipendenti pubblici prima del 1994 (anno di trasformazione dell’ENPAS in INPDAP). Ma la domanda è: adesso finalmente li paga? La risposta è negli estratti previdenziali dell’INPS: i contributi per i dipendenti pubblici non ci sono. In sintesi: lo Stato non versa i contributi per i suoi dipendenti, se non a fine carriera.

Ora, lo sappiamo tutti, che l’evasione previdenziale è una componente importate del “nero” del Paese. Ma quello che è paradossale è che sia lo proprio Stato il primo evasore contributivo, anche se solo per mera politica di bilancio. E’ una partita di giro, dicono. Certo, lo potrebbe dire anche il privato. Te li verso solo quando il lavoratore va via (come un tempo il TFR). Ma intanto chi paga le pensioni in un sistema a ripartizione come il nostro? La fiscalità generale? Oppure il deficit, e poi il debito?

Ma l’INPDAP è solo la punta dell’iceberg negativo dell’INPS. A parte la gestione previdenziale dei dipendenti che, agli ultimi dati, è più o meno a pareggio, tutte le altre gestioni sono in perdita tranne la Gestione Separata che a fine 2017 conterebbe circa 118 miliardi di patrimonio, con un flusso attivo annuo di circa 7 miliardi di euro. E con patrimonio netto dell’INPS a fine 2017 pari a meno 1,5 miliardi di euro circa. Come dire che, se per ipotesi, non esistesse la Gestione Separata, la gallina dalle uova d’oro, il contributo a carico di tutti noi contribuenti potrebbe essere molto più grande.

In ogni caso, siamo sempre lì: uno dei problemi più grandi è quello dell’evasione previdenziale con multe e pene importanti che non riescono ad ottenere i risultati desiderati. Un esempio fra i più classici? Ti assumo a tempo determinato come cameriere durante la stagione estiva, alla fine del periodo ti licenzio e tu prendi per i 6/8 mesi successivi l'indennità di disoccupazione. Nel frattempo, i più volenterosi lavorano in nero per il precedente datore di lavoro o per tutti gli altri settori, a partire da quello edilizio, che navigano volentieri nelle zone d'ombra. Gli altri stanno a casa davanti alla televisione. Tanto ci pensa l'INPS. E dietro l'INPS: lo Stato. Cioè tutti noi che paghiamo le tasse.

Ma, nel frattempo, si generano almeno 3 gravissimi (e sottovalutati) danni per il Paese. Il primo è a danno del PIL che perde, in valore assoluto, fra i 30 e 40 miliardi di euro ad essere prudenti nell’individuazione del perimetro (quasi il doppio ad essere coraggiosi). Una cifra stratosferica. Il secondo danno strategico è sui processi di rivalutazione delle pensioni che, essendo legate alla crescita del PIL, perdono ogni anno una parte della crescita realizzata.

Ma è il terzo danno quello più grave e strategico che impatta direttamente la collettività. Perché in un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro, l'equità intergenerazionale è data dal fatto che i giovani o, comunque, gli occupati pagano le pensioni ai più anziani. E se questo non succede per effetto anche del nero previdenziale, la differenza va a carico della fiscalità generale e, cioè, delle tasse che pagano tutti i cittadini che onorano le tasse.

Sembra un gioco di parole ma ha effetti reali diabolici: i cittadini che pagano le tasse sono costretti a pagare l'evasione di quelli che non pagano le tasse. E sono anche costretti a pagare anche una quota parte delle pensioni che non paga chi evade le tasse e i contributi previdenziali. Ecco perché il problema non è Quota 100. Gli equilibri finanziari dell’INPS nel lungo periodo dipendono da ben altri motivi. Ed è per questo che, anche sulla base dei recenti dati divulgati su Corriere e La7 da Milena Gabanelli sul nero previdenziale, bisognerebbe avere il coraggio di osare di più.

E, invece di rilanciare i centri per l’impiego, sarebbe necessario chiuderli tutti, affidare ricollocazione lavoratori alle Agenzie per il Lavoro (da pagare solo a successo), e dirottare all'INPS gli 8mila dipendenti che, dopo formazione, potrebbero fare gli ispettori lavoro e previdenza. Come dire: massima efficacia a costo zero. George Clooney direbbe in modo elegante: What else?

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400