Magneti Marelli passa a KKR: la dieta Manley è a base di "spezzatino"?

Il gioiello italiano ceduto da FCA per 6,2 miliardi. Ma KKR è famosa per vendere asset dopo averli tirati a lucido

Marco Scotti
Magneti Marelli passa a KKR: la dieta Manley è a base di "spezzatino"?

E dunque un altro pezzo glorioso d'Italia è stato ceduto a capitali stranieri. Nessuna filippica pro-imprenditoria italiana che tanti danni ha fatto negli anni. Piuttosto, un ragionamento sull'opportunità di questa operazione. Fca ha scelto di cedere a Calsonic Kansei, colosso giapponese di componentistica, la Magneti Marelli, storico brand che faceva parte del Lingotto. A condurre la tratattiva, da una parte Mike Manley, amministratore delegato del gruppo, dall'altro KKR, il fondo americano azionista di controllo della società nipponica. Il controvalore? 6,2 miliardi di euro. Che non sono certo bruscolini, anzi.

Però, si diceva, c'è un problema di opportunità. Perché mai vendere un'azienda hi-tech ricca e sana, che lo stesso Marchionne aveva ribadito di non voler cedere, per di più a un fondo famoso per acquistare asset, "impacchettarli" e poi rivenderli a prezzi maggiorati? La risposta potrebbe essere che KKR ritiene di poter estrarre un valore decisamente più alto di quanto sia riuscito a fare Fca in questi anni. 

Magneti Marelli ha ottenuto la garanzia di conservare i 43.000 posti di lavoro, di cui quasi 10.000 in Italia, e con Kansei crea un colosso da oltre 15 miliardi di fatturato. I sindacati metalmeccanici hanno accolto positivamente la notizia e i presupposti per l'happy ending sembrano esserci tutti. E allora perché rimane quel sapore amaro? Forse perché un'azienda che fattura oltre 7 miliardi di euro e per cui sembrava naturale lo sbarco in borsa, scorporata da Fca, magari sul mercato olandese, sembrava naturale sche dovesse restare nell'orbita del Lingotto. Che invece ha deciso di disfarsene alla prima occasione utile.

Resta il sospetto, quindi, che la strategia del nuovo amministratore delegato Manley, su suggerimento degli azionisti di riferimento, possa essere più simile a una cessione degli asset "non-core" per concentrarsi sull'automotive. Una dinamica opposta a quella voluta da Marchionne che, pur tra mille difficoltà, aveva cercato di espandere costantemente il perimetro di azione della sua azienda. Ora il rischio è che al Lingotto torni una dieta fatta, soprattutto, di spezzatino. 

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