Fisco, le vere parole d'ordine? semplificare e frenare l'IVA

Gianluca Zapponini
Fisco, le vere parole d'ordine? semplificare e frenare l'IVA

Mentre da tutte le parti imperversano gli slogan, le categorie economiche restano con i piedi per terra. Fanno i conti e constatano che i margini sono strettissimi. L'importante è non peggiorare le cose e sburocratizzare

Meno tasse per tutti! Passano gli anni, i decenni, ma il punto è sempre quello: le tasse. Anche la campagna elettorale 2018 sarà ricordata soprattutto per lo tsunami di spot fiscali dei vari Pd, Forza Italia, Lega o Movimento Cinque Stelle. Promesse impegnative, lanciate per allettare i vari bacini elettorali, nessuno escluso. Imprese, professionisti, lavoratori dipendenti e persino pensionati. Un gran bel sentire, non c'è dubbio: se non fosse che la realtà dei fatti racconta un’altra storia. E molti lo sanno, anche tra i destinatari degli spot.

Per calcolare gli anni luce che separano le promesse dalle reali esigenze del Paese è bastato fare una mirata operazione-verità, ascoltando il parere delle categorie produttive. Commercianti, industriali, agricoltori. Tutti insieme per riportare coi piedi per terra gli aspiranti inquilini di Palazzo Chigi e tentare di ricalibrare, una volta tanto, le loro promesse.

Il mantra della corsa elettorale sembra avere un nome e un cognome: Flat tax, al 23 o al 15% che sia, poco importa. Il fatto è che nelle proposte dei piccoli, medi o grandi imprenditori c'è poco spazio per tutto questo. La domanda, insomma, non sembra incontrare l’offerta. 

Innanzitutto, che ne è stato della tanto sbandierata semplificazione fiscale? Ha senso parlare di Flat tax in un Paese da 200 tasse all’anno, 170 riconducibili allo Stato centrale, il resto agli enti locali? Tradotto, 800 scadenze annue per le imprese, 470 per dipendenti e pensionati. Non male. E ancora, prima di lanciare boatos, non sarebbe meglio rendere meno schizofrenico un sistema fiscale dove l’85% del gettito è garantito da una decina di tasse? Dieci su 200. Sono domande da porsi ed Economy lo ha fatto.

«Partiamo da una premessa. Sappiamo bene che nella realtà non c’è mai stato un sistema fiscale perfetto. Ma quello che da troppo tempo ha preso forma in Italia è esattamente l’opposto: un sistema fiscale perfettamente sbagliato», premette Vincenzo De Luca, responsabile Fisco per Confcommercio: «Un sistema in cui, ad un’alta pressione fiscale, si associa un’eccessiva burocrazia ed un’incertezza delle norme. Ciò premesso, affinché il nostro Paese possa, finalmente, dotarsi di un sistema fiscale più equo, più semplice e più moderno, è necessario avere obiettivi primari di politica fiscale sui seguenti punti: eliminare gli aumenti dell’Iva previsti a partire dal 2019, riformare l’Irpef, riordinare e ridurre la tassazione locale». Attenzione, nell’elenco delle richieste, manca la Flat tax. Ma andiamo avanti. Per i commercianti italiani i tre interventi suggeriti rappresentano scelte di politica fiscale inderogabili e imprescindibili. 

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«Nel 2019 sono previsti aumenti dell’Iva per oltre 12 miliardi di euro, e di oltre 19 miliardi di euro a partire dal 2020. Nell’attuale contesto economico, un ulteriore innalzamento della tassazione sui consumi, e in particolare dell’Iva, avrebbe effetti catastrofici sui bilanci delle famiglie e penalizzerebbe i livelli di reddito medio-bassi. E’ necessario, pertanto, sia attraverso una seria politica di revisione e contenimento della spesa pubblica improduttiva, sia attraverso interventi di contrasto all’evasione fiscale, scongiurare gli aumenti delle aliquote Iva previsti».

Scendendo nel dettaglio, la vera urgenza si chiama Iva. Viene da chiedersi però una cosa: se si fanno saltare gli aumenti connessi alle clausole, dove si prendono i soldi per non sballare i conti? Pochi dubbi su dove reperire le risorse. «Il gettito Iva del nostro Paese deve aumentare non attraverso l’aumento delle aliquote d’imposta ma attraverso la riduzione del ‘gap’,  ovvero l’evasione dell’imposta sui consumi che ammonta ad oltre 40 miliardi di euro. E poi con la fatturazione elettronica, ricordo introdotta, obbligatoriamente, in Italia a partire dal 2019, che può essere un efficace strumento per ridurre il buco di gettito», spiega De Luca.

Non finisce qui. L’altro mostro si chiama Irpef, latitante da non meno di tre decenni. 

Anche qui le piccole imprese hanno le idee piuttosto chiare su cosa fare. «E’ assolutamente necessario partire dall’eliminazione delle attuali distorsioni dell’imposta che la rendono, oltre che gravosa, complessa ed iniqua. Serve una riduzione del prelievo e una certa dose di semplificazione, per un’imposta che preveda poche aliquote e l’introduzione di una no tax area, che possiamo chiamare anche soglia di esenzione o di povertà». Per il dirigente Confcommercio è facile intuire come chiudere il cerchio. «L’introduzione di una no tax area uguale per tutte le categorie di contribuenti consentirebbe di eliminare le attuali detrazioni da lavoro che determinano ingiustificate disparità di trattamento per cui, oggi, si è considerati incapienti se il reddito da lavoro dipendente o da pensione non è superiore ad 8.000 euro. Un sistema fiscale equo determina una soglia di povertà uguale per tutti, qualunque sia la categoria reddituale». 

In pratica una specie di Flat tax ma formato Irpef. «Nella sostanza sì, in questo modo si avrebbe come effetto sia la riduzione del prelievo su lavoratori ed imprese, sia la semplicità di imposizione, garantendo, al contempo, la progressività dell’imposta». Anche qui, è lecito domandarsi: e le coperture? «Nessun problema. Le risorse finanziarie necessarie ad attuare la riforma potrebbero essere trovate, in primis, nella riduzione della spesa pubblica improduttiva e nelle maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale. Parte di esse, inoltre, potrebbero essere reperite anche riordinando le agevolazioni fiscali con l’obiettivo di eliminare quelle non più giustificate da esigenze sociali ed economiche».

Terzo e ultimo buco nero del Fisco, i tributi locali. «Facciamola finita con quel circolo vizioso che porta al continuo e sproporzionato incremento della fiscalità locale: lo Stato taglia i trasferimenti agli enti locali ma non riduce le imposte di propria competenza. E così Comuni e Regioni - per sopperire ai tagli dei trasferimenti - aumentano i propri tributi, spesso anche in misura superiore a quanto effettivamente occorra. C’è poco da fare, bisogna riordinare, semplificare e ridurre la tassazione locale, introducendo un’unica vera imposta comunale sugli immobili - la local tax - che includa tutti gli attuali tributi locali che gravano sugli stessi e che sia totalmente deducibile per gli immobili strumentali delle imprese». 

E la Flat Tax, bandiera da combattimento di Lega e Forza Italia? Anche qui, molta lucidità. Più uno spot che una strada percorribile a detta dei commercianti. «Porterebbe all'abbattimento della pressione fiscale certo, ma il problema sono le coperture. Che non si sa da dove possano saltare fuori visto che non si trovano nemmeno le risorse per disinnescare gli aumenti dell'Iva», sentenzia De Luca. A conti fatti «con questo deficit e questo debito è impossibile. Indubbiamente l'idea di una tassa piatta è suggestiva, ma serve buon senso e ridurre la pressione fiscale facendo deficit è una cattiva medicina, sempre».

La sensazione che sul Fisco la politica miri a spararle grosse contagia anche gli ambienti industriali. Andrea Montanino, ex direttore esecutivo del Fmi e prossimo a prendere la guida del Centro Studi di Confindustria dice la sua. Puntando il dito contro la fantasia che accompagna le promesse elettorali, quando si parla di Fisco. «Certamente la sensazione è che le imprese vogliano, a dispetto di tante promesse, un fisco più semplice e un fisco che premi. Premi chi assume, chi investe, chi rispetta le regole. E’ chiaro che le tasse sono alte e tutti vorremmo ridurle, ma le condizioni del debito pubblico richiedono molta cautela. In questo senso ci possono essere interventi selettivi che premiano certe imprese e certi imprenditori».

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Il messaggio è chiaro, qualcuno vuole fare i conti senza l’oste. «Promettere una riduzione di tasse mentre debito e spesa rimangono alti è un po' fantasioso. Si può ragionare di fisco premiale e lotta all'evasione fiscale, questo sì». Il futuro direttore del Csc non si sottrae a un suo commento sulla Flat Tax. «Penso sia più una conseguenza di una progressività che si sposta dal lato della spesa pubblica e che quindi richiede meno progressività dal lato delle entrate. Bisogna però avere la forza politica e la capacità tecnico-amministrativa di far pagare i servizi pubblici di più a chi può permetterselo. Una volta fatta questa operazione, si può ragionare di riduzione del livello e del numero delle aliquote fiscali».

Dalle industrie ai campi, la musica non cambia. Anche per Dino Scanavino, presidente della Cia, tra le principali associazioni degli agricoltori, c’è una sorta di vuoto pneumatico tra campagna elettorale e realtà. «Noi chiediamo, prima di tutto, di perimetrare con idonei criteri l’attuale possibilità di optare per la tassazione su base catastale. Questa delimitazione, necessaria al fine di liberare risorse per sostenere la crescita dei soggetti più piccoli, deve essere ponderata con attenzione al fine di scongiurare un pericoloso disincentivo all’adozione della forma societaria». 

A conti fatti, conclude Scanavino, «l’attuale impianto fiscale, che vede la maggioranza delle imprese agricole soggette a tassazione in base alle regole catastali, comporta che queste, non potendo avere accesso a disposizioni di favore quali super ed iper ammortamento per l’acquisto dei beni strumentali materiali nuovi, non siano incentivate ad effettuare investimenti». Ma anche di questo i partiti non sembrano essersene accorti.

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