Casero: «Andrà fatto di più sul controllo della spesa pubblica»

Sergio Luciano
Casero: «Andrà fatto di più sul controllo della spesa pubblica»

Intervista con il viceministro all'Economia uscente: «E' ora di fare una spending review vera che investa anche il personale»

«La questione di fondo su cui qualcosa s’è fatto ma non abbastanza è il controllo della spesa pubblica»: è come sempre intellettualmente onesto Luigi Casero, viceministro all’Economia nel governo Gentiloni, non candidato alle elezioni del 4 marzo: «Serve una spending review vera».

Vera cioè?

Se ne parla da troppo tempo, ci sono molti piani, ma in realtà il tema non è mai stato aggredito con la necessaria forza. Bisogna ad esempio riconoscere che il taglio alla spesa complessiva non può non considerare anche il personale. E per incidere si può bloccare il turn-over e utilizzare la leva del pensionamento, con tempi di effetto non immediati. Mentre tagliare i costi standard si può, subito.

E perché non è stato fatto finora?

Perché i costi presi a riferimento sono stati quelli medi e non quelli migliori. Bisogna invece finalmente imporre a tutti i centri di acquisti di allinearsi ai costi di chi acquista meglio. Poi occorre omogeneizzare il rapporto degli organici della pubblica amministrazione rispetto alla popolazione: oggi è molto disomogeneo. Insomma, sui tagli si può svolgere un’azione diversa e molto più forte. Poi andrà riaperto e concretizzato il riordino delle aziende partecipate, tutte le ex municipali pubbliche e parapubbliche, uscendo dal localismo esasperato e privatizzando molto. Lungo queste tre linee guida – costi standard, personale, società pubbliche – si potrà fare una vera spending review e poi ripartire con veri tagli alle tasse.

E la lotta all’evasione? Si sono lette cifre di risultati iperbolici ma non convicono.

Qualcosa si è fatto, e si è cominciato ad instaurare un rapporto migliore tra contribuente e fisco, con buoni risultati. Ma c’è un altro tema da riprendere: la riduzione dell’uso del contante. Secondo me è una battaglia nell’interesse del Paese, e degli stessi cittadini abbarbicati ai loro denari contanti. Secondo la Banca d’Italia ci sono oggi nel nostro territorio circa 140 miliardi di euro parcheggiati sotto le mattonelle, nelle cassette di sicurezza, senza essere investiti in nulla. Non rendono. Chi fa politica economica dovrebbe far sì che questi contanti rientrassero finalmente nel sistema produttivo. In che modo? Io dico: con una voluntary disclosure del contante. Più che agendo sulle sanzioni, si dovrebbe agevolare l’investimento di questi soldi, sarebbero un acceleratore di crescita molto importante. Naturalmente una voluntary deve prevedere delle sanzioni, ma dovrebbero essere preferibili alla prosecuzione di questa clandestinità del denaro che lo rende inutile. Vanno fugati i sospetti e i rischi di riciclaggio. Sarebbe certamente una manovra complessa. Ma dare al Paese anche solo 50 miliardi freschi di investimenti…è tanta roba.

L’Europa ci direbbe di sì?

Be’, ogni intervento strutturale deve essere coerente con la politica economica comunitaria. Va riaperto un confronto serio con Bruxelles, rivendicando il fatto che gli impegni presi l’Italia li sta mantenendo. E quindi sta risanando i conti. Abbiamo un fortissimo avanzo primario, il secondo dopo quello della Germania, ma dobbiamo intervenire sul debito senza nel frattempo frenare le potenzialità della crescita economica. Dobbiamo far sì che alcuni elementi di politica economica migliorati negli ultimi mesi si sviluppino. Come? Ad esempio col taglio delle tasse che nel nostro Paese ha un effetto di spinta economica maggiore che altrove, ed è quindi fondamentale. Alcune ricette economiche europee o nordiche spesso in Italia non hanno avuto effetto e sono state negative, la tassazione della prima casa ha avuto un impatto sull’economia italiana peggiore di quello che avrebbe avuto qualsiasi altra tassa da 4 miliardi di gettito, proprio per il suo peso psicologico. Quindi diminuire le tasse è necessario, anche se è una partita complessa da discutere in Europa: ma va fatto, anche perché in fondo un’Italia sana è utile all’Europa.

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