L'informazione nel piatto

Federico Unnia
vino

Se ne è discusso a Torino al festival del Giornalismo alimentare

Nel linguaggio dei giorni d’oggi bufala non è più solamente un ottimo formaggio, ma sempre più spesso sinonimo di informazione volutamente scorretta diffusa per danneggiare un concorrente ed un settore merceologico e, alla fine, confondere il consumatore alimentando falsi miti e credenze.

Naturale quindi che se ne sia discusso a Torino nel corso del Festival del Giornalismo Alimentare.

“I social costituiscono una grande opportunità per le imprese e i loro brand. Occorre però essere consapevoli del fatto che attualmente sul web vengono veicolate campagne che presentano plurimi profili critici. Oltre al fenomeno dell’Influencer Marketing, ci riferiamo al cosiddetto Istant Marketing detto anche  RTM” spiegano Elena Carpani e Gianluca Fucci, partner dello Studio legale CREA ed animatori del Digital Adv Lab.

Le iniziative di RTM, se mal valutate, possono ledere diritti di terzi soggetti e tradursi in atti di concorrenza sleale.

“Degli Influencer, come è noto, si sono occupati sia lo IAP e che l’AGCM che hanno indicato accorgimenti diretti a rendere riconoscibile la natura di comunicazione commerciale del messaggio veicolato. Molto vi è tuttavia ancora da fare sul punto a nostro avviso.  Dell’RTM si parla ancora poco: eppure si tratta di iniziative di marketing e comunicazione che,  – agganciandosi a fatti e a commenti, che riguardano spesso concorrenti, manifestazioni o personaggi famosi, che vengono amplificati dalle piattaforme social, rischiamo, come si è detto, di sconfinare in forme di comunicazione illecita. Una catena di commenti ed affermazioni anche satiriche, che agli occhi del consumatore può anche apparire spiritosa ed efficace ma che sotto il profilo squisitamente legale si traducono in comunicazioni spesso denigratorie, lesive  dell’ immagine e della notorietà altrui o concorrenzialmente illecite” spiegano Carpani e Fucci.

Di qui la possibilità che il soggetto leso possa promuovere azioni legali dirette ad ottenere il risarcimento dei danni subiti. Colui che avrà comunicato scorrettamente, oltre a dovere risarcire il danno provocato a terzi, subirà un grave danno di immagine.

“Sulla base della nostra esperienza” chiosano  Carpani e Fucci, “l’RTM è una forma di comunicazione sulla quale vengono effettuati pochissime verifiche legali.

Infine, pensando alla brand protection, i possibili attacchi sono numerosi. Entrano in gioco non solo giudizi od affermazioni potenzialmente lesive del concorrente ma, come insegna la cronaca di questi ultimi tempi, il dilagare di campagne di disinformazione e fake news, i cui effetti sono potenzialmente molto dannosi. Le aziende che comunicano devono avvalersi di figure professionali competenti Ed effettuare un monitoraggio attento dell’uso del proprio brand sul web. Non vi è nulla di più dannoso che attendere troppo prima di agire per proteggere la propria immagine”.

"L'informazione di prodotto è un tema complesso e delicato. Dovrebbe essere affrontato da giornalisti competenti. Purtroppo la crisi dell'editoria determina la riduzione degli investimenti sulle redazioni. Questo significa fine dell'aggiornamento, despecializzazione, impoverimento delle testate che spesso pubblicano fakes ripresi senza le dovute verifiche ed analisi direttamente dalle piattaforme digitali. In questo quadro crollano prestigio e valore certificativo. Gli editori dovrebbero riflettere seriamente su questi fatti" spiega Ivo Ferrario, Direttore comunicazione Centromarca, in prima linea contro la mala informazione diffusa sui media e tv. Il settore alimentare vive nella piena concorrenza. Ogni informazione influenza le scelte del consumatore. E' chiaro che la diffusione di notizie false determina un'alterazione impropria dei comportamenti e quindi della concorrenza.” Il problema interessa sicuramente le piattaforme digitali, ma anche i media classici che - come abbiamo più volte rilevato attraverso il monitoraggio di istituti indipendenti - si spingono ad alimentare sospetti ingiustificati nei confronti di prodotti ed aziende. Si dà spazio a una cultura del sospetto che ingiustificatamente delegittima e mette in cattiva luce interi comparti industriali che agiscono nel rispetto delle norme e sono sottoposti a severi controlli. Si parla spesso di Principio di Precauzione. Capita che alcuni retailer lo citino per giustificare scelte assortimentali. Ma attenzione: solo l'Istituzione, il ministero della Salute, può agire in nome di questo principio. Se un'azienda in modo autonomo toglie un prodotto da uno scaffale e si appella a questo principio si pone al di sopra dell'Istituzione. E questo ovviamente non è pensabile" conclude Ferrario.

Chi cerca di mettere un argine al fenomeno delle fake news è l’Istituto di autodisciplina della comunicazione commerciale, il cui Segretario Generale Vincenzo Guggino sottolinea come siano 3 i punti fondamentali della sua azione:  “La tutela del consumatore in generale e quella offerta dall’autodisciplina pubblicitaria; il tema della trasparenza e della riconoscibilità dei messaggi in rete; e quale scenario possa aprirsi per un intervento autodisciplinare nell’area delle notizie false e discreditanti che riguardano le aziende e i loro prodotti. La comunicazione via web ha modificato  il perimetro tradizionale del controllo della pubblicità. L’ingresso di tantissimi nuovi comunicatori, l’avvento di nuove e particolari modalità di comunicazione, e il tentativo di far venire meno la giusta distinzione tra informazione e pubblicità, comporta che i soggetti deputati al controllo della correttezza della comunicazione si dotino di strumenti adeguati e sviluppino capacità di comprensione del nuovo scenario. Lo IAP è avanti in questo percorso avendo, tra l’altro, adottato già da due anni la Digital Chart, delle linee guida idonee  a fornire agli operatori e ai consumatori chiare indicazioni  per rendere riconoscibile la natura commerciale della comunicazione online”.

Piattaforme ed internet che finiscono per essere posti sul banco degli imputati anche se un loro utilizzo responsabile può costituire una grande opportunità. “Internet come strumento di promozione e comunicazione è ovviamente usato anche dagli operatori del settore alimentare, che operino nei diversi ambiti della produzione, della intermediazione o della commercializzazione. Ai sensi della normativa alimentare, in particolare, il web è considerato un mezzo di presentazione dei prodotti e, di conseguenza, gli operatori sono chiamati a rispettare i principi e le regole che disciplinano tale attività; fino a qualche tempo fa, infatti, la legislazione si applicava ai tradizionali canali di presentazione e pubblicità (a partire dalla etichettatura dei prodotti per arrivare alle campagne stampa o televisive); con l’evoluzione negli anni, di questa materia sono entrate a fare parte anche le pratiche e tecnologie in rete” spiega Giorgia Andreis  Studio Avvocato Andreis e Associati. Ora, lo scopo della legislazione alimentare è garantire la corretta informazione al consumatore (e quindi evitare che lo stesso sia indotto in errore o sia fuorviato, inducendolo a fare scelte di preferenza o acquisto non consapevoli), così come tutelare la leale concorrenza fra operatori, e questo scopo è perseguito e tutelato anche sul web. “Nel momento in cui, dunque, l’operatore presenta il proprio prodotto e lo promuove sul proprio sito, o tramite i social o svolgendo una attività di e.commerce, deve garantire il rispetto dei principi generali e quindi fornire all’utente una informazione veritiera, trasparente e corretta; a seconda dei casi, poi, può essere chiamato ad applicare determinati obblighi informativi, dovendo rispettare anche modalità o tempistiche specifiche. In questo contesto, dunque, trova applicazione la normativa generale, rappresentata dal Reg. UE 1169/11, ma anche le normative verticali, come ad esempio, il Reg. CE 1924/06 sulle indicazioni nutrizionali e sulla salute, indicazioni volontarie di ampia diffusione, volte a enfatizzare, appunto, i benefici nutrizionali o salutistici degli alimenti, ma soggette a specifiche condizioni di utilizzo” aggiunge.

Che internet sia considerato uno strumento di presentazione dei prodotti alimentari trova peraltro conferma nella attività delle autorità di controllo, che verificano la correttezza delle informazioni online, così come nei precedenti espressi dalle autorità competenti in materia di pratiche leali di informazione o pubblicità.

“Certo, trattando delle aziende alimentari e del web non si può non considerare che internet è uno straordinario strumento, che permette, però, la espressione di ogni tipo di notizie, informazioni o commenti si direbbe senza limiti o condizioni, potendo arrivare anche a influenzare le aspettative dei consumatori; a fronte di questa situazione, l’operatore si trova dunque a dover badare e valutare, nel caso, anche il ricorso a strumenti di tutela e difesa del proprio prodotto e della propria immagine” conclude.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400

Economy Mag