Il giorno del dolore, poi la verità e i nuovi investimenti pubblici

Marco Scotti
Il giorno del dolore, poi la verità e i nuovi investimenti pubblici

Un'immagine dei funerali di Stato a Genova

 

Nel giorno dei funerali di Stato delle 41 vittime accertate deI crollo di Genova c’è solo spazio per il dolore. Ma è proprio il dolore, e il dolore per quello che uno dei genitori dei quattro ragazzi napoletani morti ha definito “omicidio”, che deve impegnare da domani tutta la società civile a cambiare le cose, e agire su molti livelli, contemporaneamente.

Innanzitutto l’emergenza, per trovare soluzioni efficienti al blocco logistico gravissimo che sta paralizzando genova e la Liguria.

Poi la ricostruzione, che sia rapida e soprattutto affidabile, che faccia cioè tesoro di quel che la tragedia insegna sul decadimento delle grandi opere e sulla necessità di prevenire con ben altra determinazione i crolli.

Contemporaneamente, l’individuazione dei responsabili materiali, che non possono non esserci, perché a deterninare il crollo non è stata a fatalità ma, semmai – e più logicamente – una catena di leggerezze e opportunismi, che potrebbe aver coinvolto non solo Autostrade per l’Italia ma anche le autorità di controllo e genericamente la politica, a che tuttavia si può e si deve indicare con nomi e cognomi, da individuare, portare alla sbarra, giudicare e punire.

Infine, ma per certi versi soprattutto, un ripensamento strategico sul senso delle privatizzazioni effettuate nel settore delle grandi infrastrutture e delle reti. Nonostante i pesanti ricatti finanziari (scuseranno i liberisti puri, ma le condizioni capestro per l’ingresso dell’Italia nella fase uno dell’euro ricattatorie furono), la politica decise negli Anni Novanta di non privatizzare le reti elettriche e del gas; e che invece le reti informatiche e viarie, come anche gli aeroporti, fossero privatizzabili, pur essendo monopoli naturali, dove non c’è merito a maturare utili e dove infatti anche le gestioni statali avevano sempre fatto utili.

Che senso ha avuto scegliere la strada delle privatizzazioni delle autostrade, della rete telefonica, degli aeroporti, che sono asset creati dal denaro pubb lico – nostro – e tipicamente non in concorrenza?

L’Economist di oggi, che dedica tre ampi servizi alla tragedia di Genova, accanto al solito repertorio di sberleffi contro l’Italia e l’Italianità, giustamente annota che “non è solo in Italia che ci si dovrebbe interrogare sui regimi di monitoraggio e manutenzione. I ponti in Europa, America e Asia stanno tutti mostrando segni di deterioramento. Già nel 1999 uno studio aveva dimostrato che il 30% dei ponti stradali esaminati in Europa presentava qualche tipo di difetto, spesso dovuto alla corrosione delle armature. E un rapporto di quest'anno ha rilevato che più di 54.000 dei 613.000 ponti in America sono classificati "strutturalmente carenti".

Cosa comporta quest’evidenza drammatica, o cosa dovrebbe comportare? Che l’Occidente potrebbe cogliere un’occasione storica per darsi un secondo obiettivo strategico globale, accanto a quello della decarbonizzazione, per giustificare una grandissima e lunga stagione di investimenti pubblici, ripensando anche - su questo altare – alle convenzioni vigenti oggi sui livelli cosiddetti sani di rapporto tra debito pubblico e prodotto nazionale lordo e riscrivendole per liberare appunto nuove risorse per gli investimenti. Ma non a livello nazionale: a livello sistemico.

In nome della sicurezza della vita, si potrebbero troncare gli indugi - imposti da una corrente di pensiero, guidata dalla finanza tedesca, e fatta propria da una parte dei gruppi finanziari americani – che hanno frenato e scoraggiato gli investimenti pubblici nel mondo, seppellendo definitivamente la lezione di Keynes che tanto ruolo ha avuto nel miglioramento delle condizioni di vita dei popoli dal secondo Dopoguerra in poi. Si potrebbe riscoprire Keynes. Ripartendo dalle infrastrutture.

C’è un dato di fatto, logico ed evidente, che non contesta né rinnega le indiscutibili ragioni di fondo del capitalismo, ma detta l’obbligo di una parallela azione degli Stati nell’economia: obiettivo del capitale è innanzitutto remunerare sé stesso, obiettivo degli Stati è innanzitutto migliorare le condizioni di vita di tutti i loro cittadini.

Ecco perché dove l’azione del denaro sia oggettivamente collaterale rispetto alle esigenze di base della qualità della vita umana, non c’è ragione di frapporre l’iniziativa pubblica a quella privata; le marmellate dell’antico gruppo pubblico Sme, o i filati della Lanerossi non avevano alcun bisogno di essere di proprietà pubblica, e questa loro natura nulla garantiva a consumnatori e utenti più di quello che hanno poi garantito i compratori privati. Dove invece l’azione del denaro deve innanzitutto preoccuparsi di garantire le esigenze di base della vita umana – ponti, strade, sanità, collegamenti - è lì che l’intervento economico dello Stato deve avere priorità e preferenza.

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