Lecco: un'eccellenza lombarda che combatte su tre fronti

Formazione, accesso al credito ed expo sono i tre campi di battaglia su cui il lecchese deve vincere la propria personale battaglia per rimanere un distretto di eccellenza

Marco Scotti
lavoro

Il distretto di Lecco chiede a gran voce di essere considerato per quello che è: un’eccellenza nel panorama italiano, un’isola felice che ha fatto dell’industria metalmeccanica la sua cifra stilistica e che ora sta combattendo su tre fronti, tutti estremamente agguerriti. Il primo è quello di mantenere una identità che viene progressivamente erosa dalle acquisizioni – per nulla amichevoli – da parte di capitali stranieri che comprano e poi delocalizzano. Il secondo campo di battaglia è quello del credito, che, seppur in lenta ripresa, rimane assai più complesso da ottenere di quanto avvenga in altri paesi, nonostante l’introduzione di nuovi strumenti come i PIR, i minibond, il social lending e la quotazione su segmenti più piccoli e dinamici come l’AIM. Infine c’è un gigantesco problema di formazione: i giovani che escono dalle università non sono pronti, non hanno il bagaglio necessario per entrare in aziende che stanno marciando spedite sulla rotta della digital transformation. Servono laureati in discipline scientifiche, le cosiddette STEM, e diplomati agli ITS. Che non sono gli istituti per chi non ha voglia di lavorare, ma delle fucine di operai specializzati che troverebbero lavoro pochi giorni dopo aver conseguito il diploma. Questi, e molti altri, sono stati i temi trattati durante il primo appuntamento del roadshow PMI organizzato dalla Camera di Commercio di Lecco in tandem con la nostra rivista, Economy. Un’occasione per mettere a punto le problematiche di un passaggio generazionale che ha pochi precedenti nella storia dell’umanità e che deve essere completato con successo per non lasciare per strada altra competitività.
 
Digital solutions per le pmi
Il convegno è stato suddiviso in tre momenti. Il primo, dedicato alle soluzioni digitali per le imprese, ha visto la presenza di Marco Gay, presidente di Assinform-Anitec e amministratore delegato di Digital Magics; Mario Goretti, amministratore delegato di Agomir s.p.a.; Laura Mura, senior manager di EY; Alession Pennasilico, consigliere CLUSIT; Stefania Rausa, marketing manager di Edenred e l’avvocato Umberto Fantigrossi, presidente dell’Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti. Il panel ha discusso delle sfide che attendono le piccole e medie imprese nel momento in cui la digital transformation non è più una possibilità, ma una necessità per non venire spazzati via dal mercato. Partendo da due dati forniti da Gay: il primo che il digitale cresce a ritmo doppio rispetto al pil (+2,4% contro +1,3%), il secondo che nei prossimi cinque anni serviranno circa 270mila persone che al momento non solo non sono state formate, ma che proprio non esistono. Una carenza strutturale che può diventare esiziale. Non basta: le stesse imprese, che nel 95% dei casi sono di dimensioni piuttosto contenute, devono pensare a un cambio di passo culturale. Come ha ricordato Stefania Rausa, «digitale significa togliere, non aggiungere ulteriore confusione». Il dato più interessante, per quanto riguarda l’Italia, è che il 70% degli investimenti in digitale, come ha ricordato Laura Mura, sono di robotica applicati ai processi manageriali. Un dato che ci pone al primo posto a livello mondiale, superando Usa, Francia e Germania. Digitalizzazione poi fa necessariamente rima con cybersecuirty. Per Pennasilico «la frase “il mio business non interessa certo ai cybercriminali” è vecchia di almeno vent’anni. Anche perché gli attacchi stanno ormai diventando un argomento all’ordine del giorno». A completare il quadro, l’aspetto più squisitamente giuridico: come districarsi nel coacervo di norme che dovrebbero regolare il cyberspazio? Per l’avvocato Fantigrossi è sempre più difficile, per almeno due motivi: il primo è che il nostro paese, con l’entrata in vigore del GDPR, non ha abrogato vecchi codici, ma ne ha introdotto uno nuovo e si dice pronta ad approvarne un altro ancora. Tre testi che devono essere tenuti in considerazione. Inoltre, la tanto agognata riforma e digitalizzazione della giustizia rischia di diventare un tema calato dall’alto dal Ministero, non accordato di concerto con chi la professione legale la esercita quotidianamente.
 
L’accesso al credito
Il secondo panel è stato dedicato all’accesso al credito. Sono intervenuti il parttner di RSM Giuseppe Capriuolo; Marco Corti, presidente e amministratore delegato di COSTAMP GROUP s.p.a.; Giancarlo Giudici, professore associato di finanza aziendale al Politecnico di Milano; Ambra Redaelli, amministratore delegato di Rollwasch italiana spa. La finanza ha creato una serie di nuovi strumenti che dovrebbero garantire liquidità alle imprese. È il caso, ad esempio, del private equity, che ha finora portato quasi 5 miliardi di investimenti con 254 operazioni censite. Oppure, come ha ricordato Giancarlo Giudici, ci sono i minibond, «che dal 2012 a oggi hanno raccolto 2,9 miliardi di euro. Senza dimenticare il crowdinvesting, che nel 2017 ha ottenuto 132,5 milioni tramite invoice trading e 61 milioni dal social lending». Eppure per Corti «di finanza alternativa non ne abbiamo mai vista. Spesso e volentieri ci siamo trovati di fronte a persone che dietro a termini innovativi proponevano soluzioni poco interessanti e poco utili». Per Capriuolo, il ricorso ai nuovi strumenti finanziari si traduce in una aumentata possibilità per le imprese, a patto di riconoscere le specificità e le peculiarità di ogni diverso approccio al credito. Infine, la Redaelli ha ricordato come tutti gli strumenti di accesso al credito possano essere utili fino a un certo punto: sono le risorse umane, quelle giovani, quelle “4.0” che possono far fare il salto necessario alle imprese.
 
Il valore del made in Italy
L’ultimo dibattito è stato incentrato sullo sviluppo locale e le reti globali, ovvero un focus sul valore del Made in Italy, il brand più importante che può esportare il nostro paese. Sono intervenuti Andrea Beri, ceo ITA s.p.a. e coordinatore del comitato distretto metalmeccanico lecchese; Ermanno Boccalari, della direzione internazionalizzazione della Regione Lombardia; Fortunato Celi Zullo, del coordinamento marketing ITA-ICE; Gaetano Esposito, direttore di Assocamerestero; Angelo Fasoli, titolare di Tecnottica Consonni srl; Marco Tarabini, coordinatore dei progetti “Polilink” e “Ecosistema Innovazione Lecco” del Polo territoriale di Lecco del Politecnico di Milano. Per Esposito se «si parla di Industria 4.0 bisogna anche parlare di Internazionalizzazione 4.0, che ha una peculiarità fondamentale: è glocale. Significa mettere in risalto le eccellenze dei singoli territori e farle rendere a livello globale». Per Boccalari, la Regione Lombardia ha già messo in atto una serie di provvedimenti per aiutare le imprese del lecchese a esportare: si tratta di misure già messe in atto che hanno permesso, tramite voucher a copertura quasi integrale delle spese, di far dialogare gli imprenditori con gli operatori dei diversi paesi di riferimento. Una strategia che è stata apprezzata dall’82% dei beneficiari e che ora verrà incrementata con un nuovo fondo da 40 milioni di euro per puntare soprattutto su Africa e Medio Oriente. Senza dimenticare l’Expo 2020 di Dubai, che vedrà ancora il coinvolgimento di Milano come precedente località ospitante dell’esposizione universale. Per Celi Zullo l’Italia era uno dei pochi paesi manifatturieri del mondo, ma oggi non si può più fare affidamento esclusivamente sulle occasioni “sociali” come le fiere. Serve attrezzarsi in modo che il digitale diventi parte integrante del business. Gli ha fatto eco Beri, che ha ricordato come il 70% del fatturato del territorio avvenga tramite export. Ma anche che dal 2019 ci saranno tematiche significative per l’industria metalmeccanica, in particolare l’aumento dei costi dell’energia, che non fanno ben sperare da un punto di vista congiunturale. L’azienda di Fasoli, che si occupa di ottiche per l’industria, beneficia solo in parte dell’export, anche se al momento sta concentrando i propri sforzi soprattutto nel territorio italiano. Infine Tarabini ha ricordato l’impegno del Politecnico di Milano per il territorio lecchese, attraverso una serie di iniziative – dalla concessione dei crediti formativi tramite esperienze in azienda – alla progressiva interazione con l’estero dell’ateneo milanese. Senza dimenticare come la presenza sul territorio sia la dimostrazione definitiva di come Lecco rimanga uno dei distretti a più alto tasso industriale e a maggiore valore aggiunto.

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