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La connettività non è mai troppa ed il futuro è della rete in fibra

Sergio Luciano
La connettività non È mai troppaed il futuro È della rete in fibra

Intervista con Corrado Sciolla, tra i manager italiani più competenti nell’applicazione delle telecomunicazioni alla gestione aziendale. «O Tim convergerà su Open Fiber, o tra cinque anni quest’ultima sarà autonoma»

«Vuole sapere perché avere tanta connettività internet è essenziale, per un’azienda? Glielo spiego con un esempio semplicissimo»: e Corrado Sciolla prende tra due dita il suo smartphone. «Facciamo conto che questo smartphone mi sfugga dalle dita, cada per terra e si spacchi. Vado dal primo rivenditore, ne prendo uno nuovo, faccio il back-up dei dati che avevo salvato in cloud, e dopo tre ore ho un nuovo telefono identico per funzionalità a quello che si è appena rotto. Se non avessi usato il cloud, quindi se non avessi usato la connettività, avrei perso i miei dati dentro lo smartphone rotto, e avrei speso molto tempo e denaro per ricostruirli». Sciolla è uno che di queste cose sa molto, forse tutto. Ex McKinsey, un passato tra NewsCorp con Letizia Moratti, poi Wind, Albacom e Atlanet, è stato per 13 anni in Bt, capo dell’Italia, della Francia, del Sudamerica e del Sud Europa ed oggi è consigliere indipendente di varie società (Iol, Carel Industries e Innova Italy1, la Spac fondata da Fulvio Conti) e si occupa di Angel Investment, un venture capital che investe in start-up. Soprattutto nei lunghi anni in Bt ha lavorato moltissimo per le imprese: «E arriviamo alle imprese. Trasferiamo la logica dell’esempio del mio smartphone sugli apparati e sui dati di un’impresa. Usando il cloud, e quindi la connettività, un’impresa risparmia perché non deve più archiviare tutto su server di sua proprietà e non deve più comprare i suoi programmi ma può usarli quando gli servono e nella misura in cui gli servono. A patto di avere una buona rete, una buona connettività. Se non ce l’ha, l’azienda si ferma».

Veniamo all’oggi, e all’Italia. Soffriamo di un innegabile gap di connettività. Ma qualcosa si muove, sia pure tra le polemiche. Cosa ne pensa?

Penso che la rete a banda ultralarga sia un elemento fondamentale per lo sviluppo del Paese, e lo è per due o tre fattori molto chiari. Innanzitutto, fare la rete nuova richiede e richiederà alcuni miliardi di euro di investimenti. Il che svilupperà occupazione e prodotto interno lordo, lasciando valore infrastrutturale nuovo al territorio. Poi, le aziende sono sempre più consapevoli che la banca ultralarga è un elemento di sviluppo.

Ma davvero la rete incide sul Pil, non solo per gli investimenti che assorbe ma anche per lo sviluppo che facilita?

Una rete molto efficiente, a larga ultralarga, può senza dubbio – sia pure non da sola – contribuire a quell’aumento di produttività che è stato drammaticamente assente nel nostro Paese negli ultimi 20 anni. Inoltre, è un elemento fondamentale per lo sviluppo del mercato consumer dei contenuti, che sono di per sé un settore in grande crescita. Per questo, ribadisco: la banda ultralargs+a è un investimento infrastrutturale paragonabile alle autostrade e alle ferrovie. Prima la fai, prima ne ricevi i benefici.

Ma in questo momento in Italia ci sono due operatori della banda ultralarga: Open Fiber e Tim. Come si conciliano?

Facciamo un po’ d’ordine. Le autorità hanno distinto il Paese in quattro aree: A, B, C, D. Nelle prime due zone, si è stabilito che il mercato potrà svilupparsi da solo, senza interventi pubblici. E infatti in queste zone sta investendo sia la Tim, ex monopolista telefonico pubblico, sia Open Fiber, società mista tra Enel e Cassa depositi e prestiti, quindi lo Stato. Nelle aree C e D, Open fiber si è impegnata a collegare circa 9 milioni di nuove linee (principalmente in fibra), lo Stato ha valutato che il libero mercato non basti a garantire la realizzazione della nuova rete, infatti nessun operatore era disposto ad investire in queste aree senza l’aiuto dello Stato. A questo punto lo Stato ha bandito le gare attraverso Infratel, e i lotti se li è aggiudicati Open Fiber, società che nelle zone C e D è quindi concessionaria dello stato, cioè sta realizzando una rete per conto dello Stato stesso.. Quindi sul mercato agiscono due operatori di rete fissa, Open Fiber e Tim. Nelle zone C e D, non c’è problema: tra poco vi sarà soprattutto la rete dello Stato realizzata da Open Fiber, più qualche piccola zona  creata da Tim. Invece, nelle aree A e B – dove stanno investendo sia Tim che Open Fiber – un problema si pone.  Se i due concorrenti mettessero insieme le loro due diverse infrastrutture, ciò comporterebbe vantaggi per tutti, perché ridurrebbe il peso degli investimenti e i tempi di realizzazione. Poiché la rete fissa è una risorsa scarsa, ottimizzarla sarebbe giusto, garantirebbe prestazioni e risparmi.

E allora perché non si fa?

Ci sono alcuni problemi da risolvere. Innanzitutto, Tim ha in bilancio la sua rete attuale ad un valore di 12 miliardi di euro. Se la conferisse in una joint-venture, questo valore andrebbe ricalcolato, operazione complessa e delicata. Inoltre, Tim e Open Fiber stanno costruendo due reti molto diverse tra loro. Tim sta creando una rete in modalità fttc, cioè fiber to the cabinet, che significa portare la fibra agli armadietti di quartiere, dai quali poi parte un cavo di rame che entra nelle case. Open Fiber adotta la modalità fiber to the home, cioè porta la fibra fin dentro le case e gli uffici.

Una rete più efficiente?

Più moderna indubbiamente. Anche più costosa da costruire, però. E c’è dell’altro. Se unisci le due reti, non hai più competizione di mercato e quindi devi scrivere nuove regole che garantiscano tutti noi del fatto che i due operatori, ormai unificati, continuino a investire per sviluppare la rete e mantenerla efficiente. Come accade con le reti pubbliche uniche, quella elettrica e quella del gas, che vengono remunerate con un criterio detto, non a caso, “regulatory asset base”, cioè “valore del capitale investito netto come riconosciuto dalle autorità di regolamentazione”, al fine della determinazione delle tariffe applicabili.

Una tariffa amministrata, insomma?

Appunto. Che incentiva il padrone unico della rete a investire: più investe, con delle regole chiare ovviamente, più il gestore della rete guadagna. E devo dire che se la rete fosse stata sviluppata in base alla Rab già nell’ultimo decennio, oggi lo sviluppo della rete sarebbe ad uno stadio molto migliore..

Ma ci sono, oggi, le condizioni affinchè il Paese non perda l’ultimo tram?

Guardi, io credo che la creazione di Open Fiber non sia stata una scelta ottimale per il sistema. Ma oggi visto che c’è, dal punto di vista del business e dell’interesse del paese è giusto cavalcarla. E dunque o si definisce un modo per farla convergere con la rete di Tim, oppure tra cinque anni sarà stata completata da sola. Ripeto: sarebbe più efficiente mettere insieme le due reti nelle zone AeB e farle crescere insieme, ma in mancanza di questa concreta possibilità, l’ultima cosa che farei è bloccare Oper Fiber, con il rischio di rimanere ancora fermi.

L'Italia non può correre il rischio di perdere anche l'ultimo treno per assicurare a cittadini e imprese la banda che occorre

Una rete tutta in fibra sarà utile anche a far funzionare bene il 5G, il nuovo standard della telefonia mobile in banda ultralarga?

Sicuramente sì. Vede, le reti di nuova generazione si compongono di tre pezzi: le dorsali, le reti di backhauling e le reti di accesso. Le grandi dorsali di fibra ottica che uniscono l’Italia ci sono già, e secondo me continueranno a bastare grazie alle evoluzioni tecnologiche attese. Sono strategici invece i collegamenti di backhauling, collegamenti che all’interno delle città collegano le varie centrali e le antenne di rete mobile. Ci saranno da collegare in fibra decine, se non centinaia, di migliaia di antenne 5G e a questo fine la rete in fibra di bachauling sarà strategica. Chiaramente la rete di accesso che collega l’ultimo miglio delle case e delle aziende rimane la parte più costosa e più importante.

Un augurio a Tim?

Lo do volentieri: che finalmente abbia un azionariato e un management duraturi, per un bel po’ di tempo. Se li meriterebbe…

Ancora una cosa: ha rimpianti per Bt? Lei aveva gestito a lungo l’Italia, poi era andato a rivestire responsabilità più ampie in giro per il mondo ma proprio in Italia, a cavallo della sua uscita, sono emersi numerosi problemi.

Di BT ho solo bei ricordi.

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