Private banking, l'Italia è al top

Marina Marinetti
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Il private banking nel nostro paese gestisce una mole enorme di risparmi

Quasi 800 miliardi di euro gestiti, vale a dire l’86% della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane benestanti, quelle sedute su patrimoni superiori al milione di euro: siamo il paese europeo con la più alta penetrazione del servizio di private banking. Il dato, decisamente superiore alla media del Vecchio continente, dove il canale private intercetta il 62% della ricchezza pontenziale, è impressionante se raffrontato con quello mondiale, che non ne tocca neppure la metà, fermandosi al 41%.

Eppure questo non significa che non ci sia ancora molto lavoro da fare per l’industria del private banking. Tutt’altro. Perché quegli 800 miliardi gestiti non rappresentano che una goccia nel mare della ricchezza delle famiglie italiane. Una ricchezza che si misura in bilioni, ovvero migliaia di miliardi: 3,1 in attività finanziarie, 5,6 in attività reali e immobiliari, 1,7 in patrimoni aziendali. Tutti (o quasi) ancora da intercettare.

«L’industria italiana del Private Banking - spiega Fabio Innocenzi, Presidente di AIPB nonché Market head Italia e Iberia di UBS - ha raggiunto un buon grado di maturità dimostrato da una crescita costante e da un’elevata penetrazione del servizio tra le famiglie italiane più abbienti, gestisce oggi quasi 800 miliardi di euro e ha raggiunto un peso rilevante nell’industria del risparmio. Arrivati a questo stadio di evoluzione è opportuno indirizzare lo sguardo ad altri mercati, in particolare a quelli più evoluti o in forte crescita, guardare alle esperienze nel mondo per disegnare le evoluzioni future cogliendo il meglio delle best practice internazionali».

A mettere a confronto, a livello globale, le caratteristiche dei diversi target di clientela del Private Banking, i differenti modelli di servizio e le gamme d’offerta la ricerca “Il Private Banking nel Mondo”, prima edizione dell’osservatorio internazionale sul Private Banking realizzato da AIPB (Associazione italiana private banking) e The Boston Consulting Group in occasione del XIII Forum del Private Banking (Milano, 9 novembre). Per scoprire che l’Italia è il quarto mercato più ampio dell’Europa Occidentale, con 4.500 miliardi di dollari in attività finanziarie nel 2016.

Un mercato talmente maturo che la crescita attesa della ricchezza è inferiore rispetto ad altre regioni: 2,9% all’anno contro la media europea del 4,4%. Ciò non toglie che il settore private continuerà a essere sempre più attrattivo, per via della tendenza alla concentrazione della ricchezza nei segmenti di clientela più alti: se nel resto del mondo il peso della ricchezza detenuta dalla fascia “affluent” (sotto al milione di dollari) a livello globale si è ridotto dal 61% nel 2011 al 55% di oggi l’Italia non fa eccezione, anche se in maniera più lenta e graduale, ed è passata dall’82% del 2011 all’80% di oggi. Il tutto a vantaggio dei più facoltosi.

Non solo: man mano che il portafoglio dei clienti diventa più significativo, l’allocazione degli investimenti diventa sempre più sofisticata, con un peso crescente della parte “equity”. Per dirla in percentuali, la ricchezza investita in azioni nelondo è aumentata dal 39% del 2011 al 43% del 2016, mentre in Italia la quota di azioni passa dal 27% al 33%. Il protafoglio degli italiani, in sostanza, è più bilanciato tra azioni (33%), bond (32%) e depositi (35%).

E se a livello globale il private banking si rivolge al 53% di clienti con un patrimonio finanziario inferiore a 1 milione di dollari che però rappresentano soltanto l’11% in termini di masse gestite e, al contrario, solo il 9% dei clienti ha un patrimonio disponibile superiore a 10 milioni di dollari che corrispondono al 54% delle masse amministrate dal servizio Private, in Italia si osserva una minore focalizzazione sulla fascia più alta di clientela (solo l’1% di clienti e il 27% delle masse gestite) a favore della fascia di clienti con patrimonio finanziario compreso tra 1 e 10 milioni di dollari che detengono il 50% delle masse gestite dal Private Banking.

«Il Private Banking - commenta Gennaro Casale, Managing Director di The Boston Consulting Group - è senza dubbio uno dei settori più attrattivi nel panorama bancario, non solo italiano, in grado di generare costantemente valore sia per gli azionisti che per i clienti. In Italia la reddittività del settore si mantiene alta e stabile nel tempo, al disopra della media europea. Il confronto con mercati più maturi e dinamiche economiche e sociali differenti fornisce interessanti spunti di riflessione sulla potenziale evoluzione dell’industria nel nostro Paese: prima di tutto sulla consulenza evoluta come motore di innovazione per l’offerta e su come importanti bacini di crescita siano rappresentati dalla trasformazione della ricchezza detenuta in patrimonio immobiliare e patrimonio aziendale dei clienti».

Temi che rappresentando le sfide per l’industria del private banking del futuro prossimo. In Italia, infatti, il 50% delle masse in gestione presso le strutture Private è riconducibile a un servizio di consulenza base. Ma in fase di adeguamento a MiFID II, tutti gli operatori hanno predisposto uno o più modelli di consulenza evoluta a pagamento in grado di promuovere lo sviluppo del modello di offerta e servizio al cliente. In Italia, a oggi, solo il 12% delle masse è gestito con un modello di consulenza evoluta. «Consulenza evoluta – spiega il presidente Aipb Fabio Innocenzi – significa passare da una logica di prodotto a una logica di servizio, favorire l’evoluzione del portafoglio dei clienti rispettandone il profilo di rischio, promuovere una sempre maggiore visione olistica del patrimonio e della pianificazione finanziaria del cliente».

Ad esempio, lo sviluppo dei prodotti alternativi, e dei cosiddetti private asset (Private Debt, Private Equity, fondi Real Estate, ecc.), rappresenta un’altra importante opportunità offerta dal mercato per ottimizzare l’allocazione di portafoglio dei clienti.

Un altro tema caldo è quello della diversificazione del portafoglio, a partire dagli investimenti alternativi: hefge funds, fondi di hedge funds, fondi private equity e fondi immobiliari rappresentano infatti solo lo 0,2% degli asset in Italia, mentre in latri mercati sviluppati la quota è del 3 o del 4%. Si tratta di prodotti con un importante ruolo di sviluppo, un ponte tra risparmio ed economia reale. Basti pensare agli imprenditori, che rappresentano circa un terzo della clientela private in Italia: allo stesso tempo costituiscono “offerta di fondi”, come risparmiatori, e “domanda di fondi” come azionisti i piccole o grandi realtà aziendali. «È proprio attraverso un servizio di consulenza evoluta – conslude Innocenzi – che si riesce a contemplare l’esigenza di offrire rendimenti soddisfacenti alla propria clientela, con quella di promuovere un investimento sempre più dinamico a sostegno dello sviluppo economico del Paese».

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